«Vorrei ma non voglio». I danni della DAD, il ruolo delle Regioni e le contraddizioni di Bonaccini

di plv *

Il 23 Dicembre 2020, in diverse città d’Italia, Priorità alla Scuola è scesa in strada davanti alle scuole con cartelli che dicevano «Ci vediamo il 7». Tutti sapevano che la scuola non avrebbe riaperto. Tutti sapevano che la curva dei contagi si sarebbe alzata, sarebbe stato impossibile il contrario. E a quel punto quali sarebbero state le misure prese?
Prima un rinvio (all’11). Poi un po’ di articoli adeguati sui giornali giusti. Poi un po’ di shopping e infine l’ennesimo rinvio. Ad eccezione di Toscana, Valle d’Aosta, Abruzzo e Alto Adige, l’apertura delle scuole è stata rimandata a più avanti. In alcune regioni fino al 31 gennaio.

Come volevasi dimostrare.

Sulla chiusura della scuola si assiste a un dibattito tra istituzioni preoccupante, dal momento che diversi attori, pur giocando un ruolo chiave, non si assumono la responsabilità politica, portando a un’opacità de facto. È opaco il modo in cui si arriva alle decisioni (spesso poco chiare anch’esse), e non si capisce nemmeno chi sia l’effettivo decisore. Questo è grave, anche a prescindere dalla scuola.

In un sistema fondato sullo scaricabarile, tocca guardare anche alle azioni di chi sta su un gradino diverso.

Ma prima: che si può fare per riaprire la scuola nelle migliori condizioni di sicurezza possibili?
Una campagna di screening con tamponi rapidi della popolazione legata alla scuola. Se le regioni lo vogliono questa può essere una possibilità. Arcuri dixit (dal minuto 53:30)

Un aumento dei trasporti pubblici (ma tranquilli! Sull’Emilia-Romagna già ci siamo!)

Mettere in sicurezza lavoratori e lavoratrici fragili che con la volontà del Governo potrebbero essere introdotti tra i beneficiari dei vaccini, su base volontaria.

Con eccezione dell’ultimo punto, è su queste basi che le scuole superiori toscane hanno riaperto l’11 Gennaio.

1. Posizionamento

Per evitare facili fraintendimenti, preferisco chiarire subito la mia posizione sulla riapertura delle scuole.

Sono favorevole alla «riapertura della scuola» perché penso che la Dad sia un veleno che ci impedisce di vedere che alle superiori – e in alcune regioni anche in altri gradi – il diritto all’istruzione è sospeso da un anno. E i pochi studenti in presenza sono in balia di quello che accade momento per momento. Anche se, riferendomi alla mia esperienza personale, penso che la loro presenza in questi mesi abbia fatto la differenza.

Il dibattito sulla relazione tra chiusura della scuola e diminuzione dei contagi è ancora in essere e scontiamo ancora la mancanza di dati chiari. Ma ciò che sappiamo per certo è che la scuola non è stata luogo di focolai. Non è poco, anche perché, se prendiamo ad esempio la realtà bolognese, sappiamo di altri contesti che risultano molto più a rischio, ma non entrano nel dibattito pubblico. Il 18 Dicembre, in una piccola ma rilevante inchiesta a puntate su Zic.it leggevamo:

«C’è un’azienda di Zola Predosa in cui sono positivi 12 dipendenti su 20. C’è un’altra piccola fabbrica metalmeccanica di Castel Maggiore in cui ci sono 15 operai positivi su 25».

Se questi fossero i numeri della scuola, li avremmo avuti in prima pagina sui quotidiani per giorni e giorni.

Sulla riapertura, dunque, sposo la linea espressa nelle piazze da Priorità alla Scuola: la scuola deve essere l’ultima a chiudere e la prima a riaprire. Si proteggano le categorie fragili, ma c’è bisogno che la scuola rimanga aperta, anche per ottenere condizioni migliori. È quanto scrive il Sindacato Cobas e mi sento di interpretare più nettamente quanto suggerito dal testo: è inverosimile che ciò che non abbiamo ottenuto finora in termini di sicurezza, venga concesso con la prosecuzione della chiusura della scuola. Per lo meno non è stato così durante questo anno di chiusura.

Ha senz’altro senso che in alcuni periodi di estrema difficoltà si chiuda la scuola. Ma il caso eccezionale è diventato la norma. L’emergenza è diventata normalità.

Tuttavia questa posizione non sembra essere molto diffusa. Al contrario, diversi sondaggi – alcuni con domande smaccatamente tendenziose, altri meno – mostrano che una buona parte dei docenti è contro il ritorno in aula. Sarebbe difficile pensare il contrario, visto il dibattito. Ma occorre interrogarsi su una questione di fondo: da quando il diritto all’istruzione è diventato così prescindibile da rendere il corpo docente tanto rinunciatario?

Non voglio sminuire la posizione di queste persone: posso capire la persistenza di un effettivo timore per il contagio nonostante le rassicurazioni fornite dai dati; e posso capire che in molte persone stia subentrando un onesto rifiuto dello spirito di sacrificio ossessivamente invocato. Ma mi interrogo sul costo di queste posizioni: senza una presenza a scuola rischiamo veramente di abbandonare la scuola pubblica, con serie conseguenze per il futuro anche degli insegnanti che vedranno peggiorare le proprie condizioni di lavoro, vedi il nuovo contratto nazionale.

E resta comunque la questione degli otto milioni di studenti e studentesse, che in mancanza di scuola se ne stanno a casa.

Il corpo docente non deve sacrificarsi sull’altare dell’Istruzione. Però studenti e studentesse in questo momento sono persone private di un diritto, in stato di sofferenza, con pochi margini di autonomia, succubi di decisioni prese da chi ha più potere di loro, a danno della loro salute psicologica e della loro formazione. Occorre bilanciare il rifiuto del martirio col rifiuto di essere complici di questa ingiustizia. E bisogna farlo avendo ben chiaro che il rischio zero non esiste e che il rifiuto del lavoro non va praticato a detrimento di soggetti più deboli.

Vorrei anche dire che questa visione non mi induce minimamente a risparmiare critiche al sistema scolastico attuale. Anzi, forse la scuola sta diventando prescindibile proprio perché è molto difficile da difendere. Personalmente, non esito a definire fascisti diversi elementi strutturali della scuola italiana, degni eredi di Gentile. Senza dimenticare la svolta liberista degli ultimi trent’anni o il comportamento dannoso di parte del corpo docente.

Se la scuola è comunque un luogo diverso dalla famiglia, non per questo è un luogo “liberato” dalla violenza e dalle forme di sopraffazione diffuse nella nostra società. Anzi, come ampiamente discusso durante l’Assemblea Rete nazioAnale TFQ del 7-8 Novembre (il cui report, se pubblicato, farebbe un gran bene a tant*, please!), la scuola è un luogo centrale della riproduzione sociale… e nella nostra società di cose che non funzionano ce ne sono parecchie, a partire dal sessismo, dal razzismo e dall’abilismo.

È vero, nella scuola c’è poco da difendere.

Ma quel poco vale tantissimo.

2. I danni, ti metto in conto i danni

Girolamo De Michele ha rilevato che dopo anni di dismissione la scuola sta effettivamente ricevendo fondi significativi. Dopo anni a chiedere la stabilizzazione del corpo docente precario, la messa in sicurezza degli edifici scolastici e l’eliminazione delle classi sovraffollate tramite l’immissione di nuovo personale, questo potrebbe essere il momento buono. Tuttavia i soldi stanziati per il progetto «Next Generation EU»  – che significativamente in Italia diventa «Recovery Fund» – sono destinati ad altro:

«9,8% per “Istruzione e Ricerca”, quasi la metà dei quali “Dalla ricerca all’Impresa”, contro il 24,9% per “Digitalizzazione Innovazione Competitività e Cultura”. È bene saperlo, e sapersi regolare».

Tale flusso di denaro sta facendo brillare gli occhi a diversi imprenditori e non solo a loro. La sensazione è stata palpabile, come testimonia De Michele, in un evento tenutosi online il 27 Novembre, gli «Stati generali della didattica digitale»: una giornata di incontri tanto significativa da raccogliere la partecipazione della ministra Lucia Azzolina e due suoi stretti collaboratori, la vice-ministra Anna Ascani e Patrizio Bianchi.

Durante la giornata è stato possibile ascoltare interventi entusiasti del fatto che ora corpo docente e corpo studentesco possano rimanere in contatto 24 ore al giorno, 7 giorni a settimana. A queste prolusioni non ha fatto seguito alcuna critica, anzi, il clima era piuttosto in linea con queste osservazioni. Le uniche critiche condivise riguardavano l’impreparazione dei docenti alla svolta digitale e alle possibilità che questa ha portato con sé.

Nel corso dell’evento, Tito Boeri – non certo un riottoso anticapitalista – ha proposto diversi studi con cui analizzare i danni provocati dalla DAD. Ha parlato di quelli provocati a studentesse e studenti, ovviamente. Rispetto a quelli provocati al corpo docente il dibattito svanisce.

L’intervento lo trovate a questa pagina, nel panel 1, minuto 13. Boeri ha rilevato che nelle regioni dove si è aperto il 14 Settembre e non il 24 c’è stato un effettivo, benché limitato, aumento dei contagi. Anche qui, sarebbe strano il contrario: stiamo parlando di una decina di milioni di persone che si mettono in moto tutte insieme.

Dopo un passaggio sul fatto che l’Italia detenga saldamente il record europeo di giorni di chiusura delle scuole, Boeri ha mostrato alcuni dati che provengono dall’estero e che si concentrano in particolare sulle primarie. Suggerisco due dei contributi segnalati dallo stesso Boeri:

■ Per Engzell, Arun FreyMark, Verhagen, «Learning inequality during the Covid-19 pandemic».

■ Elisabeth Grewenig, Philipp Lergetporer, Katharina Werner, Ludger Woessmann, Larissa Zierow, «Covid-19 school closures hit low-achieving students particularly hard».

Ciò che colpisce in prima istanza, è l’aumento significativo delle ore passate di fronte a uno schermo. E qui aggiungo: ben al di là della DAD, dato che sappiamo che diversi studenti utilizzano i videogiochi o guardano serie tv durante la DAD e dunque l’attività allo schermo è moltiplicata per due.

Ma soprattutto, di fronte a una situazione di sofferenza trasversale, a pagare maggiormente il prezzo per la chiusura delle scuole è chi era già in condizione di difficoltà e vede le sue capacità fossilizzarsi.

Non a caso Cesare Mirabelli, ex presidente della Corte Costituzionale, in un’intervista pubblicata sul «Sole24Ore» il 10 Gennaio, ha dichiarato:

«La reiterata chiusura delle scuole superiori in presenza, ormai da un anno, va ben oltre il perimetro delle misure emergenziali. Si configura una possibile violazione della Costituzione agli articoli 3 e 34: principio di uguaglianza e diritto allo studio».

3. Quale «apprendimento»?

Alcuni degli studi citati da Boeri sono a loro volta ripresi sul «Sole24Ore» di Domenica 10 Gennaio. A usarli sono personaggi legati agli Invalsi, alla Fondazione Agnelli e a Confindustria. Soggetti che stanno effettivamente criticando la Dad da una prospettiva neoliberale. Questa prospettiva, a fronte di troppo poche voci a favore della riapertura della scuola nella cosiddetta «sinistra», rischia di aggravare l’egemonia culturale neoliberista. Se la sinistra non difende più il diritto all’istruzione universale, lo farà il capitale… pro domo sua.

Anche per questo è legittimo non lasciarsi convincere dalla cornice di senso espressa da Boeri. E in effetti i grafici che mostra si basano su un criterio di «apprendimento» abbastanza scivoloso, poiché muove dal presupposto che si possano monetizzare e calcolare capacità circoscritte. Inoltre non si prende in considerazione il fatto che l’apprendimento è un processo sociale di condivisione, cooperazione, conflitto. Un processo in cui la salute mentale e fisica gioca un ruolo chiave.

Per avere un quadro più ampio è possibile interrogare la sfera emotiva di chi ha subito la DAD. L’indagine IPSOS  per Save The Children copre in parte questa falla. La ricerca ha avuto molta risonanza sui quotidiani, anche per questo riporto solo una slide, riguardante lo stato emotivo degli studenti, e il dato sul tasso di abbandono che secondo IPSOS potrebbe riguardare trentaquattromila persone.

Bisognerebbe agire e con decisione, ma esiste un refrain che serve a stroncare molte discussioni: «I giovani non vogliono tornare a scuola».

A parte che questa attenzione nei confronti di cosa dicono i giovani sarebbe bello vederla anche in altre occasioni – come quando dicono di cacciare ENI dalla scuola –, non possiamo pretendere che tutte le studentesse e gli studenti abbiano la piena consapevolezza di cosa stia accadendo loro. Non ce l’abbiamo noi adulti, figurarsi loro. Chi è adolescente sta sviluppando proprio in questi anni la capacità di orientarsi tra emozioni che conosce ancora poco e il lessico che usa per esprimerle è incerto e acerbo. Ancora: queste capacità mancano a noi adulti, per loro è peggio. La vignetta di Mauro Biani sull’Espresso lo illustra perfettamente.

C’è poco da fare, su questo argomento siamo noi adulti che dobbiamo combattere in prima linea e smetterla di dire cosa fare a chi è più debole di noi.

«Ma la scuola è una prigione». Sì. Ma anche le mura domestiche possono esserlo o diventarlo. Abbandonata la scuola, quali sono i contesti ai quali si va incontro in questo periodo? La famiglia, Instagram, la Play Station, lo sfruttamento lavorativo. Questa è la realtà.

Agostino Miozzo, presidente del Comitato Tecnico Scientifico, diceva di riaprire le scuole già il 16 Novembre , aggiungendo: «ho la percezione che la tradizionale cultura di disprezzo del bene primario che è la scuola e la formazione dei nostri giovani si traduca bene nelle reazioni di molti improvvisati politici del nostro disgraziato Paese».

Il 9 Gennaio, lo stesso Miozzo ha ribadito: «è più pericolosa la didattica a distanza che il ritorno in classe fatto con buon senso».

Se persino uno dei più alti responsabili della gestione della pandemia va dicendo da due mesi che la scuola deve essere riaperta; se la ministra dell’Istruzione aveva promesso più volte che questo sarebbe successo; se persino il premier, in diretta nazionale, aveva dichiarato che il 7 Gennaio si sarebbe tornati a scuola… perché non è successo? Colpa della curva dei contagi? È colpa nostra e della nostra irresponsabilità?

4. «Siamo pronti»

Siamo pronti. Prontissimi. Adesso apriamo, giuro, manca poco.

Ragazzi state sereni.

Tutta l’estate siamo stati rintronati dalle più roboanti promesse, tra cui quelle di una scuola più inclusiva. Tutto teorico, perché l’evidenza ci diceva tutt’altro.

La scuola non era nemmeno iniziata che in alcune regioni la sua apertura è stata rinviata a dopo le elezioni del 24 settembre.

E qui è successo qualcosa di strano: dopo aver fallito la riapertura delle scuole, dopo aver insistito per fare dei concorsi che poi ha interrotto, dopo aver lasciato la scuola nel caos, è inspiegabile il fatto che la Ministra Azzolina sia ancora al suo posto.

Per altro, essendo giovane, donna e meridionale, Azzolina è stata ed è il bersaglio perfetto per un branco di uomini desiderosi di mostrarsi forti e capaci, pur non essendolo, e che di lavoro fanno i Presidenti della Regione.

De Luca ha vinto la prima mano richiudendo la scuola praticamente subito, indicandola come responsabile di un aumento di contagi che nemmeno tecnicamente poteva esserle attribuito, viste le poche settimane di apertura. Poco dopo si è scagliato contro una donna che testimoniava il desiderio della figlia di andare a scuola. Una descrizione melodrammatica? Può darsi, ma comunque non sufficiente per giustificare la risposta di De Luca che in poche parole offendeva la bambina, la madre, la scuola e restituiva un’idea di istruzione del tutto «gentiliana»:

«Credo sia l’unica bambina d’Italia che piange per andare a scuola, l’unica al mondo a dare pure la motivazione: voglio imparare a scrivere, mi manca la grammatica e la sintassi, mi mancano gli endecasillabi. È un Ogm, cresciuta dalla mamma con latte al plutonio, l’unica al mondo è stata trovata da questo intervistatore.»

Spirlì, neo-entrato presidente della Calabria, ha tentato la zampata per superare il collega chiudendo d’ufficio tutte le scuole dal 16 novembre, salvo essere bloccato dal TAR.

Notevole per la tenacia è stato Emiliano (Puglia) che ha condotto un’impressionante ping pong a botte di ricorsi al Tar, con tanto di istigazione alla delazione su Facebook. La sua costanza ha prodotto una mostruosità destinata a lasciare il segno: studenti e studentesse sono stati spinti a rimanere a casa col suggerimento di preferire (ed esigere) la DAD al posto della didattica in presenza.

Il premio fantasia va comunque alla Regione Lombardia: dopo l’epoca Gallera, l’8 Gennaio Letizia Moratti ha assunto il ruolo di assessore alle politiche sociali, nonché la vice-presidenza della Regione. La ministra dell’iIstruzione che più fece infuriare i movimenti studenteschi e universitari dopo il 2000, assume oggi un ruolo di spicco nella Regione più colpita dalla pandemia.

Le lezioni del passato? Ma sì, fottiamocene.

5. «Vorrei ma non voglio»

Quando si parla di regioni il nome decisivo è però quello di Stefano Bonaccini, Presidente dell’Emilia-Romagna nonché Presidente della Conferenza delle Regioni, un organo cruciale in questa situazione, dato che le regioni hanno il ruolo di gestire sanità, scuola e trasporti. Bonaccini lo sa, dato che è anche promotore dell’autonomia all’emiliana. Del tutto simile a quella Veneta e Lombarda, ad eccezione della pronuncia delle zeta.

I problemi per Bonaccini sono iniziati con la fine dell’anno scolastico 2019/20 ed è a partire da questo momento che le sue mosse vanno seguite con attenzione.

A fine Giugno, Bonaccini fa la voce grossa a nome della Conferenza delle Regioni, definendo «irricevibili» le Linee Guida per la riapertura della scuola. Dopo qualche giorno, l’accordo arriva, sebbene tra i due testi non vi sia praticamente differenza. Tuttavia secondo Bonaccini il risultato è sufficiente per un quadro di «omogeneità e certezza delle norme in tutto il Paese».

Alla riapertura della scuola, l’omogeneità andrà a farsi fottere e le certezze ancora le aspettiamo.

Il 13 Luglio, Priorità alla Scuola organizza un presidio davanti alla Regione per protestare contro le linee guida. A interloquire col gruppo è l’assessora Paola Salomoni cui viene rimproverata la mancanza di tavoli dedicati ai trasporti per garantire una riapertura in sicurezza. L’assessora risponde nicchiando: si faranno, sono stati convocati, stiamo aspettando…

Dopo un’ora di battibecco, a Salomoni scappa che Bonaccini è comunque il Presidente della Conferenza delle Regioni, non può decidere per conto suo. Ancora oggi, Bonaccini rimane bifronte e la dialettica fra i suoi due ruoli, condotta da lui stesso in modo solipsista, avrà una notevole importanza rispetto alla chiusura della scuola, in Emilia-Romagna, ma non solo.

Il 26 Ottobre, Bonaccini istituisce la DAD al 25% per un mese. Tutti puntano il dito sui trasporti, che in realtà dovevano essere a posto ormai da tre mesi. Bonaccini dichiara che lui avrebbe concesso una maggiore presenza in aula e che la decisione è stata presa suo malgrado. Peccato che lui stesso, due giorni prima, abbia proposto di estendere la Dad al 100%.

Il 28 novembre Bonaccini dichiara che secondo lui si aprirà a gennaio «perché la quasi totalità delle regioni preferisce così». In realtà la possibilità di aprire ci sarebbe, Bonaccini stesso dichiara: «per noi ci sono le condizioni per riavere la scuola in presenza, anche se non al 100%»

Tuttavia in Regione qualche reticenza rimane: il 5 Dicembre  Paola Salomoni si mostra perplessa rispetto al ritorno in aula e all’organizzazione dei trasporti. Le esternazioni tuttavia non hanno seguito: se ci sono contraddizioni interne alla Regione Emilia-Romagna, queste vengono risolte lontano dai riflettori.

A risolvere ogni incertezza arriva però il governo che, nel dubbio, chiude le scuole e avvia il paese verso le feste natalizie.

L’obiettivo diventa aprire il 7 gennaio, ma nonostante le rassicurazioni di Conte in diretta nazionale, i dubbi aumentano. Due incontri online avvenuti poco prima di Natale, chiariscono la situazione a numerose associazioni emiliane che avevano testimoniato la loro preoccupazione. Il 17 Dicembre, i gruppi incontrano Daniele Ruscigno, sindaco di Valsamoggia, secondo il quale il 7 Gennaio sarà possibile riaprire le scuole della seconda cintura al 100%. Il 22 Dicembre, agli stessi gruppi Paola Salomoni dice che l’Emilia Romagna è pronta a riaprire al 75%, anche in virtù di accordi presi dalla Regione coi privati in merito all’utilizzo degli autobus.

Il 23 Dicembre, tuttavia, le percentuali calano. La regione, che dichiara di aver sistemato la situazione dei trasporti ormai da diversi mesi, ora punta al 50% degli studenti in presenza per la riapertura di gennaio.

«Ti amo al 40%» diceva Pina Sinalefe in un trailer di Maccio Capatonda. Titolo del film: Che cazzo dico.

L’1 Gennaio Bonaccini rilascia una dichiarazione il cui carpiato temporale è degno dell’inizio di Cent’anni di solitudine:

«Noi eravamo già pronti in questa regione a partire dal 7 gennaio anche col 75% di capienza per le scuole superiori, però mi sono fatto carico come presidente della Conferenza di tutte le Regioni di proporre il 50% di partenza in presenza perché la maggioranza delle Regioni chiedeva questo ed è giusto trovare un equilibrio e una moderazione»

Le contraddizioni cominciano a essere piuttosto grossolane. Bonaccini comincia a cercare aiuto dall’alto del suo duplice ruolo: il 2 gennaio incalza il governo per forzare una chiusura: «condivido le preoccupazioni dei miei colleghi e sarebbe giusto che il governo ci riconvocasse per prendere una decisione definitiva.»

E la decisione definitiva deve essere uguale per tutti, a prescindere dalla curva dei contagi nei territori, come a marzo. Della logica e dell’autonomia tanto desiderata da Bonaccini non c’è traccia.

Lo fa notare anche il direttore scolastico regionale Stefano Versari su Repubblica il 4 Gennaio:

«Ritengo sia meglio, rispetto a decisioni forzatamente unitarie, che [la scelta sulla riapertura delle scuole] tenga conto delle diverse esigenze territorio per territorio. Si tratta di una decisione legata alla situazione pandemica di contesto […] Altrimenti si invoca il regionalismo quando siamo noi a voler scegliere e poi si chiede lo statalismo quando la decisione è scomoda. Questo è un regionalismo a scartamento differenziato.»

Il 5 gennaio, il governo decide di prendere tempo fino all’11 Gennaio e intanto mandare tutti in Dad. Ore e ore di lavoro organizzativo svolto durante la pausa natalizia per organizzare il rientro in sicurezza buttate nel cesso. Chi ha organizzato un ritorno in presenza deve rimandare tutto, non si sa a quando. Le comunicazioni dai dirigenti arrivano con la Befana. La sfiducia comincia a montare in modo significativo.

Come reagirà l’Emilia Romagna? Negozierà col governo un’apertura nelle zone meno colpite? Ancora una volta, Paola Salomoni toglie le castagne dal fuoco a Stefano Bonaccini:

«Almeno sulla scuola sarebbe necessario un orientamento nazionale […] per evitare una situazione ancora più confusa su aperture e chiusure. Ma noi siamo pronti a partire lunedì al 50%».

La decisione arriva nel weekend del 9-10 gennaio e il criterio sarà del tutto opaco. Morale della favola: «siamo pronti da luglio», ma le scuole superiori dell’Emilia-Romagna andranno in DAD fino al 25 Gennaio.

Vorrei aprire, ma in verità non voglio.

6. La svolta possibile

Sappiamo cosa succederà: la curva sta già salendo, la cosiddetta «seconda ondata» in realtà non è mai finita. E se dopo un anno di pandemia la chiusura è l’unica soluzione prospettata per la scuola qualunque sia lo scenario, c’è qualcosa che non va. Le indiscrezioni sull’istituzione di nuove zone coi colori dei Power Rangers e con criteri molto più limitanti, ci parlano di una riapertura ancora più difficile.

Tuttavia, proprio per le contraddizioni espresse tanto dal governo, quanto da Bonaccini & Friends il rientro a scuola potrebbe essere un obiettivo alla portata. Tocca muoversi e far sentire la pressione nelle diverse regioni.

Nei prossimi giorni sono previste proteste in tutta Italia. A Bologna, così come in altre città, mercoledì 13 gennaio ci sono presìdi davanti alle scuole, mentre venerdì 15 ci sarà una manifestazione unitaria, davanti alla Sede della Regione, alle 17:30. La settimana successiva è verosimile ci saranno altre proteste.

Ancora una volta: non tifiamo per il martirio. Ma come in questi mesi molti e molte altre lavoratrici hanno lottato sul loro posto di lavoro per ottenere migliori condizioni di sicurezza, tocca farlo anche dentro la scuola.

Se i trasporti sono stati potenziati (e se non è così in Emilia-Romagna qualche testa dovrebbe essere saltata già da un po’, visto il numero di dichiarazioni in proposito), pensiamo ai tracciamenti. Il 7 gennaio, il vicecommissario Arcuri ha dichiarato in diretta nazionale che per un ritorno a scuola è sostenibile un’attività di screening diffusa su tutto il Paese con i tamponi rapidi, basta farne richiesta. Prima di Natale in Emilia-Romagna è stato possibile. Che si faccia anche ora. E che si mettano in sicurezza lavoratori e lavoratrici fragili.

La Toscana è un esempio. È la regione in cui più ci si è battuti per il ritorno a scuola, con presìdi settimanali. Si è ottenuto non solo il rientro a scuola, ma condizioni di sicurezza decisamente migliori che altrove.

Occorre avere chiaro un principio: il problema non è l’11, il 18 o il 25 gennaio.

Se non ci muoviamo il problema è l’1 settembre.

E gli anni a venire.

«Avete preso un bambino che non stava mai fermo
L’avete messo da solo davanti a uno schermo
E adesso vi domandate se sia normale
Se il solo mondo che apprezzo
È un mondo virtuale.»
(Argentovivo, Daniele Silvestri, feat. Manuel Agnelli e Rancore)

* plv è un attivista e insegna, da precario, italiano e storia nelle scuole superiori di Bologna. Fa parte della Rete Bessa e di Priorità alla Scuola. Ha collaborato con Giap per diversi articoli sulla scuola, varie cronache da Bologna (qui e qui), da Ventimiglia (qui e qui) e dalla penisola iberica (qui e qui). Ha insegnato letteratura portoghese e brasiliana e sulla rivoluzione portoghese ha scritto un articolo per Nuova Rivista Letteraria: «Garofani rossi per sbiancare la storia» (pdf qui).

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