Atto di violenza, di Manuel De Pedrolo

Paginaotto, Trento 2020, pagg. 277 € 19 – traduzione dal catalano di Beatrice Parisi, postfazione di Alberto Prunetti

(Manuel del Pedrolo è uno scrittore catalano non tradotto in Italia, in realtà semisconosciuto anche in Spagna, mentre in Catalogna è da sempre un importante punto di riferimento letterario. Ora esce questo romanzo, una delle sue opere più significative. Pubblicato nel 1961 nel contesto della dittatura franchista, evoca con straordinaria intensità alcuni scenari dei nostri giorni. La città è deserta, la gente sembra scomparsa. Gli uffici e le fabbriche sono vuote. Nelle scuole non c’è lezione. Pochi pedoni per le strade, spaventati e guardinghi. Camminano rasenti il muro, come ombre. Gli unici che solcano le strade spettrali sono i poliziotti e le squadre d’assalto, a bordo delle camionette. Bussano alle porte, cercano persone, braccano i lavoratori che non si recano ai posti loro assegnati. La polizia della città misteriosa e deserta è la stessa di tutte le dittature: brutale, minacciosa, violenta coi deboli, ossequiosa coi ricchi e i potenti. Leggendolo ricordiamo le nostre città desertificate nell’era del lockdown, con gli altoparlanti che diffondevano il messaggio, amplificato dall’eco che rimbalzava sui marciapiedi e sulle muraglie dei palazzi: Restate a casa!
Lo stesso messaggio è scritto sui muri della città di Pedrolo, sulle piastrelle dei gabinetti, su foglietti e volantini; ma non è l’intimazione di un potere inetto e spaventato, è la parola d’ordine di una resistenza: E’ semplice, restate tutti a casa!
Il restate a casa dei nostri giorni aveva un lato B: ma andate a lavorare, e se il virus si propaga pazienza. Il messaggio trasversale del romanzo è invece una dichiarazione di sciopero totale, che manda in stato confusionale il Potere, lo depaupera, stimola la sua violenza ottusa. Per cui, come chiosa Alberto Prunetti nella sua postfazione: «Leggiamo De Pedrolo e chiediamoci quanto le nostre democrazie siano diverse da quello spettacolo fatiscente di potere che il dittatore Domina offriva ai suoi sottoposti. E se ci obbligano di nuovo a chiuderci a casa, bene, stiamo a casa, ma rifiutiamoci di lavorare. Niente telelavoro, niente dirette web, niente didattiche a distanza, niente cura. Per vedere l’effetto che fa. E’ molto semplice, restate a casaMB)

Di seguito pubblichiamo il capitolo n. 3

Oti scende le scale saltellando e il seno giovane e rigoglioso le sobbalza, contenuto a stento dal reggiseno malconcio. I due secchi, che sorregge con una sola mano, urtano uno contro l’altro con uno strepito metallico che rimbomba nel palazzo e rompe il silenzio dell’ora della siesta. Semicoperta dal rumore, la voce canticchia un motivetto alla moda.
«Siete rimasti di nuovo senza acqua?».
La portiera, che l’ha sentita, è in fondo alle scale, accanto all’ascensore.
«Di nuovo» dice, e si ferma accanto a lei. «Sono proprio fortunati: se non fossero persone per bene e non gli fossi affezionata, per una cosa del genere mi sarei già licenziata…».
«È vero, vi succede continuamente… È la pressione».
Lei posa i secchi in terra.
«Certo. Però che idea venire a vivere qui su e pure all’ultimo piano! E non mi lamenterei se almeno la fontanella fosse qui vicino…» Con le due mani si prende il seno sinistro, e inclinandosi leggermente in avanti, lo sistema. «Uffa, ieri mi si è strappato il reggiseno».
«Deve essere proprio maldestro il tuo ragazzo».
Lei ride, riprende i secchi e si avvia verso la porta.
«Meno male che non fa caldo, perché con quella salita…».
«Fa freddo, figlia mia!».
«D’estate non so se ce la farò».
Lascia che la porta si chiuda da sola alle sue spalle, percorre lentamente i primi metri, quindi comincia a scendere con passo sostenuto verso la fontanella, che si trova quasi ai piedi della montagna. Il pietrisco le si infila sotto le scarpe senza tacco e l’accompagna rotolando nella discesa.
Nella villa degli Eixem, la vecchia Cat sta sbattendo un materasso piegato sulla ringhiera della terrazza.
«Dove stai andando, Oti?».
Senza fermarsi la ragazza indica i secchi.
«Indovina?».
Ride e i seni le vibrano come due bestiole vive e indipendenti, smaniose di scappare via.
Non rallenta il passo fino all’angolo del torrente, dove comincia una fila continua di costruzioni basse, tutte chiuse, con le facciate scrostate e le inferriate arrugginite. Nat sta salendo con due borse piene di verdura e lei, da lontano, le chiede: «Ma sei andata a fare la spesa?».
L’altra aspetta di averla raggiunta per rispondere e si fermano entrambe.
«La signora ha voluto a tutti i costi che ci andassi».
«Io le avrei detto di andarci lei».
Molla i due secchi uno dei quali, caduto di lato, rotola giù di mezzo metro.
«Che vipera!» esclama l’amica.
Deposita le borse della spesa sul marciapiede sconnesso e, con le mani inguantate, si scosta le ciocche ribelli che le cadono sugli occhi.
«Tu però ci vai a prendere l’acqua…».
«Spiritosa! Si vede che non avete problemi di pressione, voi!».
Allora scoppiano a ridere tutte e due, finché Oti non si porta le mani al petto.
«È uscito di nuovo!».
«Che ti succede?».
Ma lei si limita a commentare: «Mi fa una rabbia averlo così grosso!».
«Averlo troppo piccolo è peggio. Non porti il reggiseno, oggi?».
«Mi si è strappato… Ecco, adesso è a posto».
Nat tira fuori il fazzoletto dalla tasca del cappotto, si soffia il naso.
«Non so come fai ad andare in giro vestita tanto leggera».
«E tu tanto pesante… Per questo sei sempre raffreddata».
Solo adesso sembra accorgersi del secchio rovesciato al suo fianco. Fa un passo avanti e lo raddrizza.
«È vero che non si vede quasi nessuno per strada?», chiede tirandosi su.
Nat si guarda intorno. Ma l’altra protesta.
«Oh, qui per forza. Sembra di vivere in campagna!».
«Sì, si vede pochissima gente».
«Il signor Rom ha telefonato a metà mattina per dire che la città sembrava un cimitero».
L’altra, che si è strofinata per bene il naso, mette via il fazzoletto.
«Alcuni negozi hanno aperto, però. A proposito, ho visto Guill!».
Oti si poggia le mani sulle anche.
«È andato a lavorare, quello svergognato?».
«Era dietro al bancone».
Oti si indigna.
«E mi aveva detto che non ci sarebbe andato!».
«Sai benissimo che il signor Llasat non scherza».
«Gliene dico quattro, te lo assicuro».
Riprende i due secchi con una sola mano. L’amica aggiunge con aria innocente: «E poi c’è Ter…».
Oti resta un attimo immobile poi, con una smorfia, le fa la linguaccia.
«Bah! È brutta… e fatta male».
Raddrizza il busto, proiettando in avanti il seno rigoglioso e fresco.
«Se fai affidamento solo su quello!», commenta l’altra.
«E su molte altre cose, mia cara! Gli…».
La interrompe uno scoppio ed entrambe trattengono il fiato, con lo sguardo rivolto verso la parte bassa del torrente, dove la strada comincia a scendere serpeggiando tra gli edifici aggrappati alla montagna.
«Che è stato?».
«Sembrava uno sparo…».
«Uno sparo?».
Lo scoppio si ripete e, a quel punto, le due amiche si accorgono del ragazzo che svolta rapido dietro l’angolo dell’ultima casa, poi imbocca la strada sconnessa, guardandosi intorno. Quando le supera, notano il respiro affannoso, l’occhiata piena di diffidenza che rivolge loro prima di sparire sulla destra, nel fosso dove, tra la vegetazione stenta, un sentiero corre lungo la collina.
«Dici che lo stanno inseguendo?» chiede Nat sottovoce.
La risposta gliela danno cinque uomini della squadra d’assalto, in divisa e con la pistola in pugno, che si stanno inerpicando lungo la strada con i loro pesanti anfibi.
Istintivamente Oti grida: «È andato da quella parte!», e indica, con foga, le scale che scendono verso la parte posteriore delle case. Loro, senza fermarsi e senza ringraziarla, ubbidiscono all’indicazione e spariscono con un frastuono sordo, da gregge allo sbaraglio, che disturba la quiete dell’ambiente. Nat la guarda incuriosita.
«Perché gli hai mentito?».
«Non vorrai mica che prendano uno dei nostri!».
«Dei nostri? E se è un criminale?».
«Non l’hai visto in faccia?».
«Non vuol dire niente».
«E poi oggi non hanno tempo per i criminali. Quando ha telefonato, il signor Rom ha detto che hanno fermato un sacco di gente. Solo perché non andavano a lavorare». Fa un gesto col braccio, «Allora che si fottano!» dice.
L’altra riprende le borse.
«Quando vedranno che li hai imbrogliati sono capaci di venirti a cercare».
«Che vengano!». Si stringe nelle spalle con un gesto superiore. «Non mi fanno mica paura».
Fa tintinnare un secchio contro l’altro. «Non scendi fino alla fontanella?».
«Tu che dici?». E si avviano. «Mi hai già fatto congelare abbastanza».
Oti ride, fa una mezza piroetta con la gonna che le svolazza intorno.
«Chiedi al signorino di riscaldarti, allora!».
«Cretina!», strilla Nat.
«Perché, gli diresti di no forse?».
Scoppia di nuovo a ridere e i suoi diciotto anni corrono giù per la discesa senza aspettare una risposta. Non si ferma fino all’imbocco della strada a serpentina, e poi grida all’amica: «Se vuoi, poi puoi scendere così mi aiuti a portare su un secchio!».
L’altra si limita a scuotere il capo e la guarda sparire dietro alle ville della parte bassa.
Oti devia sulla destra, scavalca un muretto, e costeggiando il retro degli edifici, prende una scorciatoia che porta alla strada sottostante. Svolta nuovamente a destra e infine sbuca nell’angusta piazzetta dove si trova la fontanella. Davanti c’è una donna che si è fermata a bere.
«Buongiorno!».
La donna solleva il viso e, con il dorso della mano, si asciuga il filo d’acqua che le scorre sul mento.
«Buongiorno». Quindi, guardando il viso della ragazza occupata a sistemare uno dei secchi sotto al rubinetto, commenta: «È la prima persona che vedo sorridere, oggi!».
Oti apre di più l’acqua e il getto colpisce rumorosamente il fondo di zinco.
«Beh, io trovo che è un giorno in cui dovremmo essere contenti…».
L’altra la scruta con un po’ di diffidenza.
«Non lo so… Dipende dal punto di vista». Si sistema il fazzoletto che porta al collo, sfuggito dal cappotto. «Non avete sentito che sparavano, qualche minuto fa?».
«Era la polizia».
«Mio marito è poliziotto», dichiara la donna.
Oti fa una faccia di circostanza, volge lo sguardo all’acqua che sta riempiendo il secchio.
La donna precisa: «Della squadra d’assalto. Li hanno acquartierati tutti già da tre giorni. Credete che succederà davvero qualcosa?».
«Cosa posso saperne io?».
«Sono preoccupata. Non mi è mai piaciuto che facesse quel lavoro».
Oti continua a fissare ostinatamente l’acqua. La donna aspetta qualche secondo, quindi dice: «Devo andare… Ho una sorella in ospedale».
Oti regola di nuovo la portata del rubinetto.
«Non la fate aspettare, allora».
«No… L’hanno dovuta operare per un tumore all’utero. Ce ne sono molti in questo periodo…».
Aspetta di nuovo, ma Oti si astiene da qualsiasi commento. L’altra fa un passo, e saluta debolmente.
«Buona giornata, allora».
«Buona giornata».
Solleva lo sguardo per seguirla mentre attraversa la piazzetta. Poi si raddrizza, fa la linguaccia e mormora: «Puah!».
Vede che il liquido sta per traboccare, chiude il rubinetto, versa un po’ d’acqua e con le due mani libera il secchio e lo posa in terra. Rumorosamente colloca l’altro, riapre l’acqua e, con una mano sulla fontanella e l’altra su un fianco, osserva le case sparse tutto intorno, in cui non sembra esserci traccia di vita, e le tre panchine in pietra della piazza, su cui quel giorno nessun vecchio siede a prendere il sole.
Quindi solleva lo sguardo verso il cielo, dove passeggiano grossi nuovoloni sempre più scuri, ammassati da un lieve vento che soffia da ponente. Da qualche parte, sotto la staccionata di canne che circonda la piazzola dal lato del pendio, si accende il motore di una macchina, si spegne, riparte, quindi si allontana scoppiettando.
Oti mette un dito nel secchio, infrange il fragile mulinello di schiuma che l’acqua forma sui bordi ma, accorgendosi che il grembiule sfiora la pila umida, ritrae la mano, si stringe gli abiti tra le cosce.
Poi si guarda le gambe, nude, un po’ arrossate dal freddo, ne solleva una e, poggiando il piede sulla sporgenza della fontanella, la esamina con occhio critico, si china …
«Ah, mi sembrava!».
Si guarda intorno e, controllato che non ci sia nessuno, si slaccia due bottoni del vestito, si infila una mano nella scollatura, si prende un seno e, con l’altra mano, solleva il reggiseno per controllare lo strappo.
Sospira, e ad alta voce esclama: «È proprio da buttare!».
Ma si ricompone precipitosamente perché, dalla parte del viale appena progettato e destinato, prima o poi, a canalizzare il traffico diretto alla montagna, si sentono voci aspre e un rumore di piedi che si trascinano sulla ghiaia.
Chiude il rubinetto, prende il secchio e lo posa accanto all’altro. Poi versa ancora un po’ d’acqua, perché le sembra troppo pieno. Si raddrizza, si strofina le mani sul grembiule, si piega nuovamente.
«Ehi, tu!».
I poliziotti sono sbucati tutti e cinque nella piazzetta e si stanno dirigendo verso la fontanella. Lei, senza girarsi del tutto, li guarda finché non le si fermano davanti.
«Non sei tu che ci hai indicato da che parte era scappato quel tizio?» chiede il più anziano, con i galloni da sergente.
Lei si strofina nuovamente la mani sul grembiule, all’altezza dei fianchi.
«Non lo so».
«Come non lo sai?».
«Non so se eravate voi». Uno degli uomini sorride, ma lei rimane seria. «Non l’avete arrestato?».
Il sergente la fulmina con lo sguardo.
«Perché ci hai detto che se n’era andato per le scale?».
Lei gli restituisce lo sguardo.
«Tanto per cominciare non le ho mai dato il permesso di darmi del tu».
«Maledetta mocciosa!».
«Parli come si deve».
L’uomo si irrita, fa un passo avanti.
«Parlo come mi pare e piace!».
«E allora parli da solo».
Si volta verso i secchi e si china per prenderli.
«Ferma!» ordina l’altro. Ma Oti completa il movimento, finché una mano non le trattiene il braccio. «Ferma ho detto!».
«Mi levi le mani di dosso!».
«Non sai che ti potrei arrestare?».
«Non mi dia del tu, capito?».
«Benissimo. Su, andiamo al commissariato».
«Perché?».
«Per aver favorito la fuga di un nemico dell’ordine».
Lei lo interrompe: «Come fate a sapere che non è andato dove vi ho detto io? Perché non siete riusciti ad acchiapparlo?».
Il sergente si volta verso i suoi uomini.
«Curt, Lari, accompagnatela alla macchina».
Ma Oti si china di nuovo per prendere i secchi.
«Prima porto l’acqua a casa».
«Farai quello che ti diranno!».
«Mi hanno detto di portare l’acqua. Sono una persona di servizio, io! E, prima di arrestarmi, forse vi converrebbe sapere per chi è questa acqua».
Il sergente ha un attimo di esitazione e, con un’occhiata rapida, valuta le ville circostanti. Quindi torna a fissare la ragazza, che ha già un secchio in ciascuna mano.
«Dove abiti?».
Lei si limita a indicare con un vago cenno del capo.
«Lì».
E si avvia, intralciata dal peso dell’acqua che oscilla nei recipienti. Senza bisogno di girarsi, sente che gli uomini la seguono, e quando poi imbocca la salita la voce di uno di loro che dice: «Sergente…».
Deve aver fatto un gesto eloquente e il sottufficiale deve avere acconsentito, perché una mano si tende verso uno dei secchi, glielo prende.
«Mi permetta…».
È il poliziotto biondo che le aveva sorriso.
«Non si disturbi. Ci sono abituata».
«Ma pesa…».
Una seconda mano già si tende verso l’altro secchio e un ragazzo molto alto e con le spalle curve dice: «Io porto questo».
La ragazza quasi ride.
«Benissimo, come volete…».
Il sergente, poco convinto malgrado l’autorizzazione appena concessa, protesta.
«Tutto questo non è molto regolare…».
Ma in quel momento tutti rivolgono lo sguardo alla cima della salita, da cui sta scendendo un ragazzetto di sedici o diciassette anni, con una brocca in una mano e una bottiglia nell’altra.
«Dove vai, Bala?» gli urla la ragazza.
Lui si è già fermato, sorpreso di vedere i poliziotti; quindi gira su sé stesso e, correndo, torna indietro da dove è venuto. Il sergente fa qualche passo avanti, ordina: «Prendetelo!».
Due poliziotti si separano dal gruppo e si avviano quasi di corsa su per la salita.
«Chi è?» interroga l’altro. E quindi, rivolto agli uomini che camminano a fianco della ragazza: «Posate quei secchi voi due!».
Il biondo e lo spilungone obbediscono; tutto il gruppo si è fermato accanto al declivio dove un cumulo di terra fa da confine al giardinetto di una villa.
«Chi è?», ripete l’uomo.
«Uno che abita qui. Un liceale».
Il sergente osserva il lento progredire dei suoi uomini lungo il pendio, si ficca due dita in bocca e fischia. Quelli si fermano e si voltano.
«Scendete!». Si rivolge di nuovo alla ragazza, guardandola storto. «Non ci hai detto il nome del tuo padrone».
Oti cerca di guadagnare un po’ di tempo:
«Nessuno me l’ha chiesto. E ripeto che non voglio che mi dia del tu!».
Il sergente la ignora.
«Come si chiama?».
«È il signor Rom».
L’uomo guarda i suoi subordinati.
«Rom?» ripete. Gli altri si stringono nelle spalle, ma lui chiede: «L’avete mai sentito nominare, voi?».
Nessuno ha tempo di rispondere perché la ragazza è balzata sul ciglione e, abbandonati i secchi, sta correndo verso il piccolo avvallamento dietro alle ville. Il sergente avanza seguito dai suoi uomini a cui si uniscono, dall’alto, i due che erano partiti all’inseguimento dello studente.
«Ferma o sparo!».
Però Oti non obbedisce, si infila tra i cespugli che crescono accanto al dirupo e, un attimo dopo, quando tutti corrono tra i mucchi di ghiaia e i barattoli di latta arrugginiti, la vedono ricomparire in cima, vicino ai gradini di terra scavati tra due ville della strada sovrastante. Il sergente chiama i poliziotti che avanzano sul ciglione.
«Voi due!».
E spara un colpo in aria per intimidire la fuggiasca. Ma Oti non si volta, sale i gradini due alla volta.
«Maledetta!».
Tutti si inerpicano lungo la frana e i due che si trovano più in alto si separano; uno rincorre la ragazza, l’altro taglia la montagna più avanti, seguendo l’irregolare allineamento posteriore delle villette, tutte chiuse e mute, infastidite dalle voci degli uomini che si incitano reciprocamente alla caccia.
Oti svolta verso il torrente, lo segue lungo il versante pietroso, cercando un’altra fenditura, ma la montagna non offre vie di uscita da quel fianco e lei comincia a correre in discesa, verso le scale che sa esserci più avanti, oltre le villette. Ma ecco che si ferma, si preme un pugno contro la bocca, si gira su se stessa. Il poliziotto che si era separato dagli altri le è spuntato praticamente davanti, dopo essersi inerpicato attraverso il cortile che si apre tra le due ultime ville.
Gli altri già stanno arrivando dal torrente, tutti e quattro furenti, il primo della fila con la pistola in mano, che però non punta. Oti, disperata, guarda verso la montagna, si lancia contro una parete, prova a scalarla aiutandosi con le mani e con i piedi, si aggrappa a una radice morta che cede di schianto.
L’uomo che è arrivato dietro di lei la afferra per una caviglia, la trascina, ed entrambi rotolano in un’inoffensiva frana di pietrisco.
Lei si rigira in terra per poter affrontare l’avversario, si dibatte con tutte le forze.
«Lasciami, animale!».
Il ragazzo, quasi sopra di lei, le preme il ventre con un ginocchio, la tiene stretta per le braccia.
«Lasciami, ti ho detto!»..
Gli colpisce il torace con i pugni, ma lui comincia ad abbassarsi su di lei, con il viso contorto da una smorfia avida, muove le mani verso il seno…
«Basta così, Malai!» esclama il sergente.
L’uomo sembra far fatica a capire che si stanno rivolgendo a lui, ma poi abbandona lentamente la presa, si tira su. Lesta, Oti salta di nuovo, si gira e fa per mettersi a correre, ma le mani la immobilizzano afferrandola per una gamba e quando cade, a faccia in giù, si trova circondata da tutti e cinque i poliziotti.
«Su, piccola belva, in macchina!» ordina il sergente.
Si solleva lentamente, guardandoli. Con un movimento brusco manda indietro i capelli caduti sul viso, ma una ciocca ribelle le richiede l’aiuto delle mani.
«Non perdiamo altro tempo!» dice lui, spazientito.
«Andate via! Andate via!» grida lei.
«Sì, ma con te, bella».
Le mette una mano addosso, me lei lo respinge, tenta uno scarto e poi, con le unghie, gli aggredisce il viso. Accorrono tutti gli altri, uno le torce il braccio dietro la schiena e il sergente, infuriato, inizia a picchiarla alla cieca.
«Bastarda!».
I colpi piovono sul viso, finché uno degli stessi uomini non esclama: «Sergente!».
L’altro la respinge con rudezza. La ragazza inciampa e il corpo vacilla un attimo prima di cadere, ancora sostenuto dalle mani che le torcono il braccio. Un osso si spezza di schianto.
«Ahi!».
Non piange. Si sorregge il braccio con l’altra mano, chiude la bocca in un gesto ostinato. Il sergente le dà un calcio.
«Alzati!».
Oti non si muove, li guarda tutti e cinque.
«Mi ci dovrete portare a forza».
L’altro estrae la pistola dalla fondina, alza il cane.
«Ti ho detto di alzarti!».
Oti rimane a terra, ma ora la bocca ha perso decisione, le labbra tremano un po’. L’uomo alza la pistola.
«Sergente, mi faccia parlare con lei».
Il poliziotto biondo ha fatto un passo avanti, ma l’altro non lo guarda nemmeno, dice soltanto: «Fuori!».
Ha il viso livido e lo sguardo vago. La ragazza ansima, il cuore le batte all’impazzata.
«Non lo farà…» dice.
Senza muovere un solo muscolo del viso, il sergente alza un po’ l’arma, la punta tra i due seni bianchi che ormai sono sfuggiti dal reggiseno, dal vestito strappato quasi fino alla vita, e preme il grilletto. Una sola esplosione, corta e secca, che riecheggia per la montagna.

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