La via populista al totalitarismo

di Gioacchino Toni

«Solo oggi il totalitarismo è possibile. Fascismo e Nazismo sono esempi storici di totalitarismo imperfetto a causa di invalicabili limiti tecnici, non surrogabili dalle grandi adunate e dalle fiaccolate notturne. Solo oggi, con l’elettronica applicata e il controllo capillare dei singoli individui, il totalitarismo è praticabile». Così si esprime Franco Ferrarotti nell’intervista pubblicata in coda al volume di Anna Camaiti Hostert, Enzo Antonio Cicchino, Trump e moschetto. Immagini, fake news e mass media: armi di due populisti a confronto (Mimesis, 2020). L’affermazione del sociologo tocca una delle questioni su cui riflettono anche gli autori del testo che, attraverso il confronto tra Trump e Mussolini evidenziano elementi utili alla lettura delle nuove forme di potere che contraddistinguono una contemporaneità ormai espansa sul web e da questo ridefinita.

Sebbene il paragone tra le due figure proposto dagli autori appaia a volte un po’ azzardato ed altre estendibile anche a personalità politiche meno discusse, tale confronto ha il merito di evidenziare alcune analogie tra i primi decenni del Novecento e quelli del nuovo millennio. In entrambi i peridi storici, sostengono Camaiti Hostert e Cicchino, la crisi e il diffuso senso di disorientamento determinato dai cambiamenti si danno in un contesto di affermazione di nuovi poteri con l’annessa proliferazione di populismi e relativa individuazione di carpi espiatori contro cui indirizzare il malessere diffuso. Insieme all’angoscia suscitata dal crollo di vecchie certezze, come spesso accade, fanno capolino sulla scena “uomini forti” che promettono protezione da quegli stessi cambiamenti di cui in realtà sono essi stessi il prodotto.

Elementi di affinità tra il clima politico che apre il secolo scorso e quello che caratterizza l’inizio del nuovo millennio non mancano nemmeno restando all’interno del solo ambito americano. Se in apertura di Novecento gli Stati Uniti si prodigano in un inasprimento delle leggi sull’emigrazione, agitano un primo spauracchio del comunismo, e presentano fenomeni populisti, analogamente il periodo che precede il successo elettorale di Trump mostra una crescente ostilità nei confronti dell’immigrazione, sopratutto tra le classi lavoratrici bianche, e un ritorno sulla scena del populismo.

Jan-Werner Müller definisce il populismo come «una particolare visione moralistica della politica, un modo di percepire il mondo politico che oppone un popolo moralmente puro e completamente unificato – ma, direi, fondamento immaginario – a delle élite corrotte o in qualche altro modo moralmente inferiori. Essere critici nei confronti di tali caste è una condizione necessaria ma non sufficiente per essere considerato populista […]. La rivendicazione di fondo del populismo è dunque una forma moralizzata di antipluralismo. […] Il populismo prevede un’argomentazione pars pro toto e la rivendicazione di una rappresentanza esclusiva, entrambe intese in senso morale, anziché empirico»1.

Il web sembra oggi poter offrire ai leader populisti la possibilità di attuare una relazione, almeno apparentemente, diretta con i propri seguaci, dunque di costruire una sorta di carisma digitale. I leader carismatici contemporanei tendono a prescindere dal supporto dei partiti strutturati, o almeno tentano di celarlo il più possibile, sfruttando quell’immagine anti-establishment resa necessaria dall’impresentabilità delle formazioni politiche tradizionali. Scrive a tal proposito Alessandro Dal Lago che «questi leader neo-carismatici tenderanno a rafforzare i rapporti con il loro pubblico e quindi a perseguire politiche neo-nazionalistiche, protezionistiche in economia e ostili agli stranieri. Visto in questa prospettiva il populismo digitale è dilagante [e] capace di assorbire le istanze sociali che sono state deluse dai processi di globalizzazione e di dislocazione della forza lavoro verso la periferia del mondo»2.

Tra i motivi del consenso che Trump ha saputo conquistare tra l’elettorato bianco popolare vi è sicuramente la sua promessa di salvaguardare i posti di lavoro dall’invasione degli immigrati, proponendosi come argine di conservazione di certezze in via di dissoluzione. Il successo di Trump non è stato cancellato nemmeno dalla recente vittoria di Biden, a differenza di quello che avevano previsto tanti  spocchiosi “osservatori”, che guardano agli Stati Uniti dalle finestre degli hotel delle grandi città o dai talk show televisivi, incapaci di comprendere come, in questo ultimo caso, più che il triste spettacolo in sé occorra analizzare gli occhi di chi lo osserva.

La demonizzazione degli immigrati, il disprezzo per le istituzioni democratiche a cui ama ricorrere Trump, uniti al narcisismo, all’agire d’impulso, allo scaricare chiunque lo offuschi o lo contraddica, all’abilità nello sfruttare i mass media, al ricorso ad affermazioni infondate e al presentarsi come un messia in grado di “salvare” il suo paese tanto dai nemici esterni quanto dall’establishment di casa, richiamano fenomeni dittatoriali degli anni Venti e Trenta del secolo scorso.

Ripreso dagli autori del volume, Alan Badiou3, nello spiegare il successo trumpiano nel momento storico presente, ritiene debbano essere presi in considerazione soprattutto: l’assolutismo globalizzato del capitalismo, la crisi della politica delle élite borghesi, il generalizzato stato confusionale e di frustrazione e l’assenza di una strategia alternativa. Da ciò deriverebbe quel diffuso convincimento circa l’immodificabilità di uno status quo caratterizzato da un’estrema concertazione della ricchezza, dall’impossibilità di garantire la sopravvivenza a quanti la cercano migrando: in sostanza la persuasione della mancanza di un’alternativa alla distruzione generalizzata operata del capitalismo globalizzato.

Da ciò deriva che le élite politiche vengono irrimediabilmente compromesse e perdono il controllo. Così proliferano ovunque, nell’ambito delle democrazie occidentali, politici che costituiscono una “esteriorità interna”. Usano linguaggi violenti, demagogici e contraddittori con il fine di creare flussi di emotività che si coagulano in unità artificiali. La gente nei momenti di crisi viene infatti magnetizzata da promesse irrazionali e spesso irrealizzabili che a volte si basano su un passato mitico e impossibile da recuperare. Nasce così quello che Badiou definisce il “fascismo democratico” che contrabbanda per nuove, vecchie idee come il nazionalismo, il razzismo, il colonialismo, il sessismo e le coagula in un pastiche dove vecchio e nuovo coesistono senza criteri razionali. A differenza del fascismo vero però, quello nuovo non ha un antagonista fisico come il comunismo e non ha neanche specifiche organizzazioni che si costruiscono attorno al capo. È comunque un fenomeno interno al sistema dominante che per Badiou si concentra sulla sacralità della proprietà privata4.

Ad indurre gli autori di Trump e moschetto a mettere a confronto il figlio di un ricchissimo immobiliarista americano con il figlio di un fabbro romagnolo, personaggi che hanno conquistato il potere politico a quasi un secolo di distanza e in due contesti inevitabilmente diversi, è il fatto che lo statunitense sembra avere visto nell’italiano il modello a cui ispirarsi.

Estremi lontani vicinissimi. Mussolini. Trump. Due vincoli nella storia. Letti come contemporanei, con lo stesso filo emotivo. Entrambi uomini di inizio. Primi del novecento Roma. Primi anni duemila Washington. Motori ambedue di violenza, diretta del sangue l’uno, e indiretta verbale di incitazione alla prevaricazione l’altro. Scalcinate file di marciatori nel film del ’22 per Benito, stadi assiepati di folla votante per Donald. Volti, sorrisi, occhi, mani, corpi urlanti, adoranti. Sono uomini o solo pedine di una gigantesca partita di scacchi? I primi marciano contro l’intera classe liberale e socialista italiana responsabile della “vittoria mutilata”. I secondi contro l’establishment democratico di uno stato in crisi che mina gli interessi del popolo statunitense. Di qua i sopravvissuti della Grande Guerra. Di là coloro passati per la tragedia dell’11 settembre 2001, un vulnus irreversibile che qualcuno ha detto essere ancora più profondo di quello della Seconda guerra mondiale5.

Gli anni Venti del secolo scorso e l’inizio del nuovo millennio sono accomunati da un’analoga incapacità da parte della politica tradizionale di rapportarsi con i bisogni sociali emergenti derivati dal senso di insicurezza determinato dalla disoccupazione, dalla precarietà lavorativa e dall’instabilità sociale. Secondo gli autori si possono trovare analogie tra la retorica della “vittoria mutilata” utilizzata nell’Italia degli anni Venti e l’abilità con cui il trumpismo ha saputo far breccia nell’immaginario sfruttando la crisi della “rust belt”, delle vecchie industrie con annessa dequalificazione della mano d’opera specializzata.

Clarence Page, editorialista del “Chicago Tribune”, ha messo in relazione la messa in onda della serie televisiva The People Vs. O.J. Simpson. American Crime Story del 2016 e la campagna elettorale che ha portato Trump alla casa bianca, sostenendo che in entrambi i casi si può parlare di dispute tra “narrative” di intrattenimento6.

La “narrativa”, sostiene Page, ha un ruolo determinante nella vittoria elettorale e la ricerca del consenso può essere ottenuta ricorrendo a strategie da reality show date in pasto a un pubblico avido di essere intrattenuto: occorre dire qualcosa di scandaloso per poi, mentre tutti ne stanno ancora discutendo, rilanciare con una nuova affermazione scioccante. Ai seguaci spetta il compito di costruire sui social network una comunità di sostengo impenetrabile da ogni altra informazione discordante. Quando serve riconquistare il centro della scena si ricomincia da capo rimettendo in moto il meccanismo. Tutto sommato è così che funziona un reality show, e con esso buona parte dell’entertainment della tv generalista contemporanea, e questo può essere un meccanismo replicabile in una campagna votata alla ricerca del consenso.

L’affarista Trump si è mostrato indubbiamente abile nell’imbastire una narrativa capace di accaparrarsi consenso attraverso forme di intrattenimento.

Se i fascisti per innalzare il muro contro il pericolo bolscevico bruciano bandiere rosse e camere del lavoro, Trump ed i suoi trumpieri innalzano la dura retorica anti islamica ed anti ispanica al suono di: “Impediremo ai musulmani di entrare negli Stati Uniti” e “Costruiremo un muro con il Messico”, precisando che quest’ultimo lo dovrà pagare il governo messicano. Simile a Mussolini la diffidenza di Trump nei confronti dei politici di professione, dell’establishment: hanno ridotto il paese in condizioni disgraziate. I liberal, quelli che rispettano la political correctness, hanno interdetto un paese che non riconosce più se stesso, tanto ha paura di dire o fare cose sbagliate, secondo Trump. E non tratta meglio poi il partito repubblicano per cui dovrebbe candidarsi: i suoi membri, inetti! E proclama: “Finalmente, la maggioranza silenziosa è tornata ed avrà la sua voce: me!”7.

si fanno promesse che si sa già non potranno essere mantenute, solo per rassicurare un bacino elettorale sicuro di niente, ma solo di essere stato trascurato da tutte le altre forze politiche. Ad esso ci si rivolge cercando di creare processi identificativi inesistenti, facendo credere di essere parte della massa, seppure in entrambi i casi i due leader politici facciano parte di un’élite che niente ha a che vedere con i derelitti e i poveri8

Agli slogan di successo di Barack Obama “Hope” e “Yes we can”, Trump ha risposto con il suo “Make America great again”, ottenendo le simpatie di tanti elettori americani che si sentono trascurati, se non addirittura abbandonati dall’establishment del Partito democratico. Trump ricorre a una violenza verbale insolita per un candidato alle presidenziali, parole che non mancano di incitare alla violenza fisica ed i media, anche quando intendono metterlo alla berlina o accusarlo, nei fatti finiscono per fare da grancassa a tutte le sue dichiarazioni.

Al di là della brutalità trumpiana descritta dal volume, occorrere chiedersi se esista una modalità sostanzialmente diversa di utilizzare i social all’interno di un sistema tecnologico-mediatico sempre più indirizzato a sorvegliare e indirizzare i comportamenti degli esseri umani come ha descritto Shoshana Zuboff9. I metodi “più gentili” di usare i media e i social degli Obama, dei Clinton e dei Biden sono forse nella sostanza meno falsi e demagogici?

A proposito del ricorso ai Big data da parte della politica contemporanea, gli autori riprendendo le analisi di Eitan D. Hersh10 ricordano come oggi si ricorra all’analisi dei dati tanto per indirizzare gli elettori quanto per costruire su di essi una retorica che strizza l’occhio alla pancia popolare. Indubbiamente, a differenza del passato, questa pancia può ora essere indagata in maniera molto più approfondita grazie a quell’ammontare dei dati raccolti dai colossi del web.

L’ambizione a quel “totalitarismo perfetto” a cui fa cenno il sociologo Ferrarotti nell’intervista – citata in apertura di questo scritto – sembra propria di un intero sistema capace, da sempre, di indossare tanto la maschera anti-establishment di personaggi sguaiati e sanguigni quanto quella presentabile di politici più posati e controllati. Quella esplicitamente populista, verrebbe da dire, sembrerebbe essere una delle vie che mirano al totalitarismo (più o meno perfetto).

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