«Ma c’amma fà’ pe’ avè nu poco ‘e bene»

Uno squarcio sordo e terribile, poi il black out e interminabili minuti in cui la casa sembra andare sottosopra. Il tintinnio del lampadario del salone diventa forsennato, il rumore degli oggetti che cadono sempre più intenso e angosciante. Poi il silenzio, il sottofondo del nulla che fa ancora più paura del frastuono di prima e inizia pian piano a mischiarsi con il vocio delle persone che iniziano a scendere confusamente in strada.

Era la sera del 23 novembre 1980, le 19 e 34 per la precisione, e io avevo appena tre anni e mezzo. Ma la memoria è molto nitida in alcuni tratti e alcune scene si sono scolpite in maniera indelebile nella mia mente, e di tanto in tanto continuano a venire a galla. Ricordo che pochi attimi prima del terremoto stavo guardando con mio padre Juventus-Inter alla Tv, un must per tutti gli appassionati di calcio offerto da ”mamma Rai” che ogni domenica concedeva ai suoi telespettatori il secondo tempo di una partita del campionato di Serie A. Erano altri tempi, un altro mondo, e anche un altro calcio, quello pre-pay-tv. La scossa partì proprio mentre Brady stava per calciare il rigore del momentaneo 1-0 per la Juve, ma questo lo scoprii solo molti anni dopo.

Dopo quegli istanti la memoria si fa più liquida e rarefatta, le immagini si sovrappongono, ma rimane intatto quel senso di spaesamento che per anni ha segnato la mia infanzia, come quella di tutta la mia generazione nata e cresciuta negli anni Ottanta in Basilicata e Campania. I “figli del terremoto” ci chiamavano, e non a torto. Per anni ho convissuto con case diroccate e muri puntellati, con l’odore del lutto e del dolore in mezzo alle strade, anche se a Oppido Lucano, il mio Paese, di morti per fortuna non ce n’erano stati. Ma a Potenza si, e tanti. E ricordo la paura che mi assaliva ogni qualvolta dovevamo andare a trovare i cugini che abitavano nel capoluogo: «mamma ti prego, torniamo presto a Oppido!» continuavo a ripetere in macchina.

Ricordo anche una distesa di container ai piedi della città: decine di case di lamiera a Bucaletto, diventate negli anni un vero e proprio quartiere, uno dei tanti che trasformeranno radicalmente lo spazio urbano – e rurale – di un territorio che in alcune aree ha visto distruggersi in una sera oltre l’80% del patrimonio edilizio. Quasi trecentomila gli sfollati, che si sommano ai novemila feriti e agli – ahimè – quasi tremila morti.

Il senso di questa immane tragedia – umana, sociale, psicologica – fa però da contraltare a coloro che hanno fatto del sisma del 1980 una vera e propria gallina dalle uova d’oro, inaugurando una “tradizione” che poi si ripeterà a L’Aquila nel 2009 e nei più recenti eventi che hanno colpito l’Italia centrale. “Qualcuno fece presto” è il titolo di un editoriale apparso su terredifrontiera.info il 23 dicembre dello scorso anno a firma di Emma Barbaro. Si tratta della parafrasi del titolone “Fate presto”, apparso sul quotidiano napoletano “Il mattino”, e il riferimento è a quella rete di complicità tra camorra, imprenditoria e forze politiche che ha rappresentato un vero e proprio “sistema” nella fase della ricostruzione.

Il “malaffare” è noto già alla fine degli anni Ottanta, tanto che nell’aprile del 1989 lo Stato si vede costretto ad aprire una commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta da Oscar Luigi Scalfaro. Non sono molte le “verità” che emergono in due anni di lavori, se non la cifra del denaro pubblico che fino ad allora era stato stanziato – ma sarebbe più corretto dire sprecato – frutto della legislazione d’urgenza fatta nei mesi immediatamente successivi al sisma: il decreto-legge n.776/80 (legge n.874/1980) prima, e il decreto-legge n.75/81 (legge n.219/81) poi. Il totale all’epoca ammontava a 50.620 miliardi di lire, suddivisi nel seguente modo: 4.684 per affrontare i giorni dell’emergenza; 18.000 per la ricostruzione dell’edilizia privata e pubblica; 2.043 per gli interventi di competenza regionale; 8.000 per la ricostruzione degli stabilimenti produttivi e per lo sviluppo industriale; 15.000 per il programma abitativo del comune di Napoli, e le relative infrastrutture; 2.500 per le attività delle amministrazioni dello Stato; 393 residui passivi. Altri 10 mila miliardi circa verranno stanziati negli anni a venire.

Dentro questi numeri si nasconde uno dei capisaldi di un’attitudine che, proprio a partire dalla gestione del post-terremoto del 1980, ha pesantemente condizionato la governance delle infrastrutture nel nostro Paese. Per citare ancora una volta l’articolo di Emma Barbaro, è necessario sottolineare come la gestione dei finanziamenti pubblici concede «ampie deroghe ai procedimenti di spesa, deleghe di poteri pubblici a soggetti privati, il crollo di un impotente sistema dei controlli, la moltiplicazione dei centri di spesa e la sovrapposizione di competenze attribuite a soggetti portatori di interessi divergenti».

A tornare sul rapporto tra camorra, politica ed economia, e sugli scenari inediti che si aprono dopo il terremoto del 1980, è anche la commissione parlamentare antimafia del 1993. Nel descrivere l’ascesa della Nuova Camorra Organizzata ai primi anni ’80, la commissione parla apertamente di una last opportunity syndrome per definire il quadro complessivo che stava emergendo in quegli anni, in cui il terremoto rappresenta allo stesso tempo «la grande occasione per uscire dal sottosviluppo e un’occasione irripetibile di arricchimento personale». In questa dialettica «la camorra capitalizza velocemente la sua posizione dominante nelle interconnessioni tra affari, amministrazione statale e spesa pubblica», come scrive Mariano Maugeri nel libro Tutti gli uomini del viceré, edito nel 2009.

Attenzione, però; se è vero che la camorra gioca un ruolo peculiare in questo processo, è anche vero che la logica dell’emergenza che sottende la gestione post-sisma del 1980 non è dissimile da quella “dottrina dello shock” coniata alcuni anni dopo da Naomi Klein. Il problema non è il Sud o la camorra in sé, ma il fatto che capitalismo si sia nutrito di un  evento “scioccante” e delle condizioni materiali in cui questo si è manifestato per accelerare i processi estrattivi. Non dimentichiamo infatti che gli anni immediatamente successivi al terremoto sono quelli in cui le idee economiche dei Chicago Boys diventano dottrina politica e il neoliberismo una questione globale.

Se pensiamo alla storia del Meridione d’Italia in questi ultimi 40 anni e misceliamo potere criminale e “capitalismo dei disastri”, sempre per dirla con la Klein, si dipinge nitidamente un quadro in cui spoliazione, devastazione naturale e sviluppo diseguale la fanno da padrona. L’attività di ENI in Basilicata, la mancata bonifica dell’Ilva di Taranto, il biocidio in Campania sono solo alcune schegge di questa storia, alcuni prodotti di una gestione del territorio inauguratasi proprio dopo la catastrofe del 1980. Per non parlare delle distese di cemento e mattoni, della speculazione edilizia fatta non solo da costruttori del Sud, dell’ascesa di personaggi politici come Ciriaco De Mita o Paolo Cirino Pomicino che ancora oggi hanno un lascito importante nella formazione delle “classi dirigenti” locali e nazionali.

E mentre finisco di scrivere questo articolo, a quarant’anni esatti di distanza mi tornano in mente gli incubi che mi rincorrevano da piccolo, quell’odore di lutto e dolore. E sale anche il disprezzo verso chi – qui come altrove – si è preso beffe dei morti, dei feriti e degli sfollati, ha trasformato in oro quelle macerie e continua ancora oggi a speculare sulla sofferenza, come dimostrano le ultime vicende legate alla gestione del Covid-19.

«Ma c’amma fà’ pe’ avè nu poco ‘e bene» cantava il compianto Pino Daniele nel suo pezzo dedicato al terremoto. Lottare, Pino. Lottare per riscattarci e per riscattare tutte e tutti coloro che continuano a subire sulla propria pelle e sul proprio dolore l’arricchimento dei soliti “pochi”.

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