Dalla sfida pandemica alla società della cura, in movimento per un mondo altro: l’intervista allo scrittore e politologo uruguaiano Raul Zibechi

Raul Zibechi, ospite sabato 21 novembre alla rassegna “Il Trentino Per i Diritti Umani”, in collegamento dal Centro per la Cooperazione Internazionale di Trento e con la manifestazione nazionale “Per una società della Cura”, ci parla della crisi sanitaria che sta attraversando il nostro tempo e che ha scoperchiato come un vaso di Pandora le maggiori contraddizioni imposte dal capitalismo globalizzato, rendendo necessario come non mai un cambiamento drastico di paradigma che metta la pratica della cura al centro del nostro agire politico.

La rassegna che il nodo trentino in difesa di propone il prossimo weekend si colloca proprio al centro di questo frangente: una due giorni che renderà ancora più concreto l’impegno della società civile e della città di Trento nella solidarietà e che tenterà di elaborare una nuova e necessaria chiave di lettura della situazione geopolitica globale.

La partecipazione di Raul Zibechi all’interno del seminario trentino porterà alla luce il ruolo che i movimenti sociali in America Latina hanno in questo periodo storico. Un periodo in cui i governi di ogni colore si fanno scudo dello stato di eccezione per portare avanti la propria violenta condotta criminale nei confronti di attivisti ambientali e difensori dei diritti umani.

Yaku: In epoca di pandemia in sud America come i governi hanno approfittato per restringere gli spazi di agibilità democratica?

Raul Zibechi: La pandemia è la scusa perfetta per aumentare la quantità di forze di polizia nelle piazze, per attuare misure di controllo e restrizione senza il minimo dibattito pubblico, imponendo una specie di dittatura tecnico scientifica attraverso misure autoritarie.

Quanto abbiamo visto in Sud America è un rafforzamento unilaterale dello Stato, degli apparati repressivi ma anche un’intensificazione della violenza parastatale: gruppi paramilitari che operano in totale libertà in Colombia, Brasile e Messico, maggiore attività del narcotraffico, spesso alleato con i paramilitari. Una violenza a sua volta causa di un aumento degli assassinii tra i popoli originari e negros, tra i contadini e gli abitanti delle periferie urbane.

In Colombia i casi di violenza parastatale hanno innescato la rivolta dei giovani di Bogotà lo scorso settembre, che ha provocato l’incendio di circa 20 commissariati di polizia. In Messico la permanente aggressione alle comunità zapatiste nelle zone di Aldama negli Altopiani del Chiapas, silenzio del governo di Lopez Obrador, un silenzio complice della violenza paramilitare.

In parallelo, e in forma meno visibile ma non meno incisiva, sono aumentati i progetti estrattivisti, in particolare dello sfruttamento minerario, e le grandi opere infrastrutturali. In Cile, il popolo Mapuche sta contestando decine di progetti approvati senza che fossero interpellati e tanto meno con il loro consenso, dal momento che la pandemia impedisce la partecipazione a riunione ampie, secondo l’applicazione dell’accordo 169 della OIT (Organizzazione Internazionale del Lavoro).

In sintesi: la pandemia ha intensificato la militarizzazione, la repressione, e le economie estrattiviste, come un giogo stretto al collo dei movimenti per immobilizzarli e impedirne la resistenza.

Y: Qual è stata la migliore risposta dei movimenti ai restringimenti degli spazi democratici e alle misure autoritarie di governi?

Z: I popoli e i movimenti si sono mobilitati per spezzare il giogo in cui sono stati stretti in diverse maniere: in Cile e in Bolivia è avvenuto attraverso elezioni di massa oltre ogni previsione. E’ necessario ammettere che i contadini indigeni boliviani hanno spinto verso le elezioni con un’impressionante mobilitazione e blocchi stradali, perché il governo golpista ponesse una data alla sfida elettorale; in Cile la vittoria del referendum è stata sostenuta da un’ampia mobilitazione nelle piazze.

In Colombia, soprattutto a Bogotà, abbiamo assistito a una militanza rabbiosa, spontanea, contro la violenza della forze dell’ordine culminata con l’incendio di commissariati e distaccamenti di polizia dopo l’assassinio di un avvocato le cui modalità hanno ricordato quelle di George Floyd negli Stati Uniti.

Gli indigeni Nasa del Cauca della Colombia si sono invece mobilitati attraverso una marcia che iniziata a Santander di Quilichao e conclusa a Cali e Bogotà, dopo aver percorso 500 chilometri in dieci giorni, per condannare gli episodi di violenza.

Allo stesso modo la Minga Indigena, Negra e Contadina non ha rivendicato nulla al Governo – come ha fatto in altre occasioni – se non la fine della violenza, denunciando gli assassinii da parte dei militari, paramilitari e narcos.

È importante sottolineare il ruolo delle guardie indigene, negre e comunitarie (ne esistono già 70 mila unità) che proteggono i loro popoli e le loro mobilitazioni;

E infine il caso zapatista: le iniziative epocale di un loro viaggio in diversi Paesi europei prevista per la prossima tarda primavera è un modo per intraprendere un’iniziativa politica in un momento in cui i movimenti si trovano sulla difensiva. Un’iniziativa che presuppone un’ampia alleanza con decina di collettivi europei per liberarci insieme dai molteplici gioghi che ci impongono i media mainstream, la polizia, i sistemi economici, patriarcali e coloniali.

Y: Rispetto all’economia del profitto alla luce della pandemia e dell’ennesima crisi e stato di emergenza, è possibile – per non ritornare a un passato causa del presente – contrapporre una “Società della Cura”, in cui la cura del sè, il mutuo aiuto, e i percorsi di autonomia solidale siano la soluzione al collasso, verso la prospettiva di un mondo altro?

La Società della Cura è una buona soluzione alla crisi che stiamo vivendo a condizione che non sia una politica dello Stato, ma un cammino intrapreso dai movimenti, dal basso, nella società, e in opposizione a quanto è imposto dal capitalismo e dai governi.

Mi spiego: in alto, il potere e il capitalismo stanno intensificando il controllo e il sistema di accumulazione, e adesso hanno acquisito un sostegno sociale importante per paura della pandemia. Questa è la loro grande opportunità. Attraverso la paura vogliono disciplinare una parte, isolare i più ribelli, e ottenere un sostegno in larga parte passivo. Per questo sono sicuro che la “Società della Cura” non comincerà dall’alto, ma contro coloro che sono in alto. Secondo me la migliore risposta alla pandemia, al giogo dei governi e del capitalismo è quanto messo in campo dai movimenti.

In Cile le assemblee e le iniziative comuni (più di 500) si rivolgono direttamente ai contadini, oltrepassando i supermercati, cucinando e mangiando in forma collettiva. In Colombia i popoli originari organizzano i mercati del baratto dove scambiano patate, mais, e frutta. Già lo facevano, ma adesso tali mercati si sono moltiplicati come le quantità di prodotti che ogni famiglia scambia secondo le proprie necessità. Le comunità inviano alimenti a le città che le ricambiano con prodotti sanitari. Il movimento Sem Terra del Brasile ha donato migliaia di tonnellate di alimenti alle periferie urbane, e nello stesso momento le aiuta ad organizzarsi. Inoltre si moltiplicano gli ambulatori comunitari in tutto il continente, mescolando la medicina occidentale con quella tradizionale dei popoli indigeni. In questa “Società della Cura” i valori d’uso predominano sui valori di scambio, del mercato. Molte famiglie si alimentano, si documentano sulla situazione sanitaria, e si occupano delle loro necessità effettive attraverso il mutuo aiuto, la solidarietà e le pratiche solidali tra i popoli e le persone.

Ciò che sta succedendo è parte di quanto le nostre società abbandonate dagli Stati stanno facendo per non morire: vivere e prendersi cura di sé.

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