Felici o infelici con la decrescita? Intervista al professor Simone D’Alessandro

In questo drammatico periodo in cui emergenza sanitaria, sociale, economica, ed ambientale, si mescolano, la decrescita felice potrebbe salvarci? Ne abbiamo parlato con Simone D’Alessandro, professore del Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa, che ha condotto la ricerca Modello di Macroeconomia Ecologica per la Transizione Energetica  in collaborazione con il Movimento per la Decrescita Felice.

Pubblicata nel dicembre 2019, e sempre più attuale, la ricerca dimostra come per abbattere le emissioni e fermare il riscaldamento globale, la sola “tecnologia” e la “crescita verde” non bastano. Sarebbe infatti necessaria, secondo lo studio, anche una significativa riduzione dei consumi, associata a una diminuzione dell’orario di lavoro e al reddito di base universale, a un aumento del commercio locale a scapito di quello internazionale, e ad una tassazione del patrimonio. In questo modo, secondo il parere dei ricercatori, si ridurrebbero anche la disoccupazione e la disuguaglianza. 

«Credo che l’esperienza del lockdown – spiega il professor D’Alessandro –  almeno per chi non è stato colpito direttamente da difficoltà sanitarie, sia stato un momento di grande cambiamento dei comportamenti. Tra tutte le difficoltà che abbiamo avuto in quel periodo, sugli affetti, il coniugare tempi di lavoro e quelli familiari, la mancanza di uscire all’aria aperta senza costrizioni e giustificazioni, credo davvero che il problema minore che abbiamo avuto sia stato non poter consumare quanto prima».

Per lo studioso il messaggio è che si può vivere bene rinunciando a molti dei beni inutili di cui ci riempiamo le case. «In tutti gli studi che abbiamo fatto in questi anni – continua – c’è un risultato che non cambia mai: se la domanda delle famiglie si riduce è più facile rendere le nostre società sostenibili. Non è sufficiente, ma rende la transizione più semplice». 

Cosa ci dicono le simulazioni che avete predisposto? Le riforme verdi, basate sulla conversione da energia fossile a rinnovabile, bastano?
No, non bastano. Tutte le misure che vanno dallo sviluppo delle rinnovabili, all’elettrificazione, al phase-out del carbone, tendono a ridurre le emissioni, ma non risultano sufficienti a raggiungere i target di Parigi. Non solo molti dei vantaggi ambientali dipendono dal fatto che la disoccupazione e la disuguaglianza rimangono alte e spesso peggiorano con le politiche ambientali. Lo abbiamo definito il Paradosso della Crescita Verde.


Qual è la reazione degli altri accademici, del mondo dell’imprenditoria e dell’economia, dei politici rispetto a queste teorie, che contrastano il paradigma della crescita del Pil a tutti i costi?
In questi anni abbiamo incontrato e condiviso le nostre idee con molti accademici, con politici, con alcuni soggetti delle forze sociali. Mi sembra che ci siano due argomenti sui quali possiamo trovare una convergenza: per prima cosa, il disaccoppiamento tra Pil e uso di risorse e di energia è stato finora quasi irrilevante a livello mondiale, (in pratica, più il Pil cresce, più l’ambiente di deteriora e il consumo di energia aumenta). Questo non significa che nel futuro non ci possano essere cambiamenti, ma di certo sarebbe un rischio folle assumere che questo processo sia necessario. Secondo punto: se non si affronta il problema sociale (la disuguaglianza, la disoccupazione, la Gig economy) è irrealistico pensare di risolvere la questione ambientale. Questo era vero prima della pandemia ma è oggi ancora più centrale. La domanda che ci dobbiamo porre secondo me è quali politiche sociali sono in grado di ridurre le disuguaglianze e nel contempo favorire la transizione ecologica? Abbiamo bisogno di innovazioni sociali più che credere a innovazioni tecnologiche che risolveranno in nostri problemi.


Cosa si intende per riduzione dell’orario di lavoro? Avrebbe come conseguenza una riduzione del reddito?
Quello su cui stiamo lavorando adesso è una riduzione dell’orario di lavoro (senza garantire il salario mensile costante), ma con l’introduzione di un sussidio universale per tutte le persone maggiori di 15 anni. Un sussidio in media di 3500 euro all’anno che può essere abbinato al lavoro. Questa politica potrebbe essere finanziata riducendo molti sprechi, sussidi al fossile, e da una riforma fiscale con cambiamento aliquote Irpef per una migliore redistribuzione. Stiamo inoltre cercando di capire se un reddito di cura, invece di un reddito di base possa ridurre le disuguaglianza di genere e contribuire molto di più a ridurre le disuguaglianze in questo paese. Dando, ad esempio, un reddito in base alle ore di “lavoro familiare”. Redistribuire meglio i tempi di cura e di lavoro è secondo me essenziale per dare a tutti il tempo di adattarsi alla transizione. Rende la società più adattiva e resiliente. Il momento per provare ad aprire una discussione su questi punti è adesso che si parla del recovery post-covid.

Si parla spesso di ridurre la popolazione per contrastare il riscaldamento globale. Nel vostro modello prendete in considerazione questo dato?
Come sapete al momento i nostri modelli sono su scala nazionale. Il motivo per questa scelta è che è qui che si “scelgono” le misure ambientali e soprattutto quelle sociali. In Italia sappiamo che la popolazione è in calo e l’Istat prevede una riduzione della popolazione dei prossimi decenni. Certo a livello mondiale la situazione è ben diversa e ci possiamo aspettare che le migrazioni sia economiche che ambientali saranno un fenomeno in continuo aumento. Certamente la crescita della popolazione non aiuta i processi di transizione. Ma guardiamo il report di Oxfam uscito poche settimane fa: il contributo all’aumento delle emissioni viene solo dai ricchi del globo. Il 5% più ricco ha contribuito al 35% dell’aumento delle emissioni negli ultimi 20 anni. Il restante povero 50%, ossia la popolazione che sta crescendo di più, ha contribuito in modo insignificante all’aumento delle emissioni e quindi al riscaldamento globale.

Quali sono i vostri progetti futuri?
Con la crisi da Covid dobbiamo pensare a cambiamenti radicali nell’economia e nella società (come riduzione dell’orario di lavoro e reddito di cura universale) che possono permettere alle persone di avere il tempo di adattarsi a una vita più sostenibile. Credo che questa capacità sia alla base dell’idea stessa di decrescita felice. Abbiamo appena ricevuto un finanziamento per il progetto Ecoesione dove si affronta più nello specifico la questione dei conflitti sociali e quali misure possono contribuire ad evitare problemi. Si pensi  ai “gilet jaunes” in Francia o al caso dell’Ilva in Italia.

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