Vite operaie tra lavoro, malattia, emozioni e rivolta

di Sandro Moiso

Niso Tommolillo, Gli acidi mi hanno fatto male. Narrazioni operaie dalla Viscosa di Roma, con una Postfazione di Osvaldo Costantini, Il Galeone Editore, Roma 2020, pp. 172, 15 euro

E’ certamente un progetto ambizioso quello che sta alle spalle del libro di Niso Tommolillo (sociologo, antropologo culturale, specializzato in etnopsichiatria) recentemente pubblicato dall’editore Il Galeone; un piccolo editore di Roma il cui catalogo dovrebbe essere tenuto maggiormente d’occhio da i lettori di area antagonista. Un catalogo particolarmente significativo, sia sul piano della saggistica che della grafica e della narrativa contemporanea, che meriterebbe sicuramente una migliore distribuzione sul territorio nazionale.

Per questo interessante lavoro di ricostruzione della storia della fabbrica di viscosa (seta artificiale tratta dalla cellulosa, ancora molto in uso oggi) sorta a Roma nei primi anni Venti, con il pieno avvallo del regime, e chiusa alla metà degli anni Cinquanta, con l’avvallo del governo democratico/cristiano, ma soprattutto delle vite e del lavoro dei suoi operai, l’autore ha potuto avvalersi della grande documentazione e raccolta di schede di quasi tutti i lavoratori impiegati nel tempo nella fabbrica contenute nel Centro di Documentazione Territoriale Maria Baccante – Archivio Storico Viscosa oggi compreso all’interno dell’area occupata dal Csoa eXSnia di Roma.

Tommolillo ha infatti partecipato alla fondazione di tale, e importante, centro di documentazione, cosa che gli ha permesso di esaminare e utilizzare la grande quantità di materiale raccolto in tale archivio.
Il corpus principale del libro ricostruisce così, attraverso un alternarsi di ricerca documentaria e fiction, la vita, le sofferenze e la rivolta oppure la sottomissione nei confronti del lavoro e della sua organizzazione all’interno della fabbrica, sia negli anni del fascismo che in quelli immediatamente seguenti alla sua caduta.

Lavoro insalubre e pericoloso per eccellenza quello che si svolgeva tra le mura di uno dei più importanti stabilimenti chimici italiani. Lavoro che ha macinato implacabilmente corpi e menti delle operaie degli operai coinvolti nell’attività. Per anni, anzi per tutto il periodo di attività dell’azienda. Lavoro dannoso per la salute e per l’ambiente, ricoperto e nascosto dal paternalismo aziendale e dal miserabile benessere che quell’attività comportava sia per i lavoratori e lavoratrici impiegati sia per il quartiere circostante. Una gestione paternalistica condotta in realtà in maniera spietata, in cui l’uso della scienza medica utilizzata per la valutazione della salute degli operai corrispondeva sempre e soltanto alle necessità dell’accumulazione del capitale e dello sfruttamento, fino al totale sfiancamento, della forza lavoro e delle sue energie. In cui, solo per fare un esempio tratto dal libro, la questione dei trasporti pubblici, della loro diffusione e del loro miglioramento diventa essenziale soltanto per aumentare la puntualità e, quindi, la produttività dei lavoratori.

Ricostruire qui il processo produttivo, le varie fasi e funzioni destinate a produrre sempre più seta artificiale (basti pensare che quando il personale sarà dimezzato in seguito alla crisi del settore la produttività aumenterà del 30% senza alcun miglioramento o nuovi investimenti sul piano tecnologico) e tutti i momenti di autentico pericolo che potevano rappresentare sul piano neurologico, epatico, gastro-intestinale, respiratorio e del sistema endocrino dei dipendenti, sarebbe troppo lungo e per questo si rinvia alla lettura del libro. Ma ciò che esce da queste pagine che grondano fatica, sudore, stordimento, follia e intossicazione da solventi (soprattutto del micidiale solfuro di carbonio utilizzato nelle varie fasi della lavorazione) è il fatto che la scritta Arbeit Macht Frei, il lavoro rende liberi (di morire), esposta sui cancelli dei campi di lavoro e stermino creati dalla Germania nazista, dovrebbe o potrebbe essere riprodotta sugli ingressi di qualsiasi stabilimento industriale. Come hanno ben dimostrato anche le vicende dell’Ilva di Taranto e degli stabilimenti di Bagnoli nei decenni successivi.

Lo sviluppo industriale, spacciato per progresso e alla faccia dell’attuale e farlocco green capitalism, ha sempre costituito, fin dalle sue origini come dimostra La condizione della classe operaia in Inghilterra scritto da Friedrich Engels alla metà dell’Ottocento, un autentico cancro per la società e per l’ambiente. Un tumore le cui metastasi si sono diffuse ovunque: nell’aria, nell’acqua, nella terra e nei corpi. Sempre e soltanto in nome del profitto. Cosa ancora pienamente dimostrato dalla mancata zona rossa in Val Seriana nel febbraio di quest’anno e ancora nel rifiuto di chiudere le attività produttive anche oggi di fronte ad una più diffusa e devastante seconda ondata pandemica da Covid-19. Sempre e soltanto in nome del profitto e dell’accumulazione di capitale. Un autentico fardello per la specie umana nel suo insieme e uno strumento di tortura per tutta la classe operaia.

Le tre vicende narrate nel testo, con nomi di invenzione per quanto riguarda i protagonisti ma fondate sui registri medici della fabbrica della Viscosa e sulle carelle personali reali dei dipendenti depositate presso l’Archivio, testimoniano di ciò con realismo e crudezza, ma come afferma Osvaldo Costantini nella sua Postfazione, pur descrivendo il ricatto della scelta tra salute e /o lavoro subito da chi è costretto a vendere la propria forza lavoro mercificata:

A differenza di tanta fredda saggistica, Niso Tommolillo riesce a mostrare il vissuto di questi personaggi immersi in quel potere strutturale che limita la loro capacità d’azione.Laddove non ha i dati, l’autore li immagina: molti dati e scene del quotidiano, ci avvisa sin da subito, sono inventati. Quello che sul piano scientifico potrebbe essere considerato un punto debole, in una dinamica di oscillazione tra la socio-antropologia e la narrativa finisce per diventare la caratteristica valorizzante del testo, perché coglie in vivo dimensioni inesplorabili, trattandosi di operai di cui si hanno a disposizione solo le schede di fabbrica1.

Già, e proprio qui si pone non soltanto il punto di forza del testo ma anche del tentativo di riportare in vita e alla luce tutte quelle emozioni, tutte quelle esperienze e drammi vissuti dal basso e solitamente sepolte, in nome di un’oggettività che non potrà mai non essere di parte, sotto montagne di schede personali negli archivi freddi delle fabbriche oppure delle procure e dei tribunali.
Tommolillo si prende dunque la briga e il merito di far parlare chi, di solito, non ne ha il diritto, se non attraverso il giudizio e le scarne parole di un potere che gli è estraneo e nemico.

Sono le emozioni il motore dei comportamenti, sia che si tratti di accettare con orgoglio disperato il ruolo di lavoratore produttivo utile alla Patria sia della rivolta collettiva ed individuale, e Niso riesce a trasmettere tutto questo con grande forza e coinvolgimento del lettore. Mentre allo stesso tempo, nemmeno troppo tra le righe, riesce a farci comprendere come non possano essere riposte illusioni nella finzione benefica del capitalismo e del lavoro salariato. Anche quando questo assume l’aspetto dell’assistenza sanitaria “gratuita” o di un patto (New Deal) con i lavoratori poiché il problema non è rappresentato solo dal fascismo.

Un testo particolarmente utile, soprattutto oggi, in un tempo di pandemie e di emergenze infinite, di cui il mostro capitalista sembra ferocemente avvalersi per aumentare il proprio controllo sociale e il proprio vantaggio economico quasi esclusivamente sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini. Con minima spesa e massima resa. Esattamente come per la produttività nella fabbrica romana (oppure come quella oggi richiesta dal presidente di Confindustria Bonoomi).

Last but not least, le questioni trattate dall’autore nella sua ricca e sintetica Introduzione, in cui parla sia degli intenti della sua ricerca e del libro che della/le metodologia/e di cui si è servito.

Chi scrive ha avuto la fortuna di partecipare al processo che ha portato alla costruzione del Centro di Documentazione Territoriale Maria Baccante – Archivio Storico Viscosa fino alla sua
apertura ufficiale avvenuta nel febbraio del 2015. Il fascino di questa esperienza mi portò ad assumere nel 2012 l’impegno di svolgere la prima ricerca antropologica che sia mai stata effettuata su questo materiale.
L’obiettivo che mi posi fu quello di illustrare la dimensione sociale della malattia, per dimostrare che dietro un aspetto apparentemente naturale si possono nascondere relazioni di potere che riducono le persone in condizioni di sofferenza. Le dinamiche e i processi sociali, culturali ed economici sono tutt’altro che naturali ma hanno attori e scopi precisi. L’analisi antropologica può far comprendere queste dinamiche e le poste in gioco dei processi di naturalizzazione dell’arbitrio, promuovendo, all’interno dell’analisi, un’etica della giustizia sociale che non ci faccia guardare le condizioni di sofferenza umana attraverso gli occhi della compassione2

Questo severo appello al superamento della ‘compassione’, all’interno del discorso politico e sociologico, dovrebbe servire anche a smascherare la fasulla retorica dell’emergenza. Una trappola ‘umanitaria’, intrinsecamente cattolica e perbenista, in cui troppi compagni sono caduti, si tratti di salute sui territori, di migranti o delle carceri, che è sempre ampiamente prevedibile nel suo scopo finale: la promozione del collaborazionismo interclassista. Purché, naturalmente, se ne rifiutino i valori su cui si fonda: quelli del padrone, del potere statale e dell’apriori economico dato invece per naturale e scontato3.

Poiché, alla fine, non è soltanto il capitalismo a dover essere rimesso in discussione, ma anche la sua scienza medica, attraverso un’autentica antropologia della sickness:

perché c’è il rischio che, per comprendere la disease (la malattia intesa come patologia), l’analisi venga basata su una realtà biofisica con delle cause e degli effetti prevedibili, e che venga data priorità alle origini fisiologiche piuttosto che alle azioni, modellate culturalmente e socialmente significative, che danno forma al comportamento durante gli episodi di malattia.
Gli stati di malattia non hanno solo cause biologiche, ma sono determinati anche dai contesti sociali e dalle relazioni di potere che gli individui vivono e subiscono. Si può sostenere, utilizzando le parole di Michael Taussig, che: «I segni e i sintomi della patologia, tanto quanto le tecniche
di guarigione, non sono “cose in sé”, non sono solo entità biologiche e fisiche, ma hanno anche valenza di segni di relazioni di tipo sociale pur presentandosi nella veste di oggetti naturali e pur essendo latente il loro radicamento nella condizione umana della reciprocità.»
Quindi, segni e simboli non sono entità definibili una volta per tutte, hanno significati negoziabili che acquistano valenze differenti a seconda del periodo storico, delle culture di appartenenza e della classe sociale degli attori coinvolti: «Potremmo dire che sono fatti sociali tanto quanto fisici e biologici. Intravediamo ciò se riflettiamo solo un momento sui significati disparati veicolati da segni e sintomi in differenti momenti storici e in diverse culture.»4

Con buona pace della semiologia medica così come è andata affermandosi con la medicina basata principalmente sui principi della riparazione “chimica” o strumentale del “corpo macchina”. Ci piaccia o meno l’addio al paradigma scientifico, conoscitivo, tecnico ed economico dell’era attuale dovrà avere al più presto inizio e con questo libro Tommolillo ci aiuta a comprenderlo ancor meglio.

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