Nigeria – Il movimento #EndSARS deve affrontare la disuguaglianza per sopravvivere

Il 20 ottobre 2020 sarà ricordato come il giorno più buio della storia della Nigeria. Mentre una folla di giovani nigeriani sedeva al casello di Lekki a Lagos, sventolando la bandiera e cantando l’inno nazionale, i veicoli militari hanno bloccato entrambe le uscite e hanno aperto il fuoco. Articolo di Annie Olaloku-Teriba, ricercatrice indipendente che lavora sulle eredità dell’impero britannico, tratto da Novara Media, traduzione di Ilaria Faccin.

Con un camp del movimento #EndSARS, che chiede la fine della brutalità della famigerata unità di polizia nigeriana, la Squadra speciale anti-rapina, o SARS, i manifestanti stavano provando ad edificare un paese che mantenesse la promessa di “costruire una nazione dove regnino pace e giustizia”. Invece, una dozzina di loro sono stati assassinati a sangue freddo. In un paese che ha trascorso la maggior parte della sua indipendenza formale sotto un governo militare, tale violenza non è certamente un fatto eccezionale. Tuttavia, sotto i riflettori di un movimento conosciuto in tutto il mondo, la sfacciataggine di una simile mossa ha messo in luce il disprezzo totale che lo stato nigeriano ha verso il proprio popolo. Gli eventi che hanno portato a queste atrocità, e gli altri che sono seguiti, sono serviti solo a rendere più profondi i colpi irrevocabili inferti al tessuto della società nigeriana nelle ultime tre settimane.

Martedì nero

Alle 11.49 del 20 ottobre, il governatore di Lagos Sanwo-Olu si è rivolto ai social media per annunciare un coprifuoco di 24 ore a partire dalle 16:00. Tre minuti dopo l’inizio del coprifuoco, la situazione al casello di Lekki è divenuta confusionaria, con uomini che affermavano di appartenere al governo che si adoperavano per rimuovere le telecamere a circuito chiuso nell’area dell’accampamento. Alle 17:00, l’unica luce offerta dal cartellone pubblicitario posto sopra il casello è stata interrotta, lasciando al buio i manifestanti del pacifico sit-in. Un’ora dopo, i dimostranti erano in diretta su Instagram mentre i militari aprivano il fuoco. Se non fosse per il potere dei social media, questi eventi non sarebbero noti: oltre 130.000 persone hanno guardato lo streaming live degli eventi dell’utente @DJSwitch_. Immagini di cadaveri, reparti ospedalieri straripanti, ambulanze respinte hanno invaso i feed dei social media – tutti contrassegnati con data e ora e verificati da un movimento che ha dovuto stare in guardia contro la rapida diffusione di false notizie.

La disinformazione si è diffusa abbondantemente il giorno seguente, quando il governatore di Lagos Sanwo-Olu si è rivolto allo stato, sostenendo che nessuno era morto al casello di Lekki. Nel suo discorso, ha sfacciatamente suggerito che le azioni di quei funzionari della sicurezza che hanno aperto il fuoco erano in risposta alla violenza di un movimento “dirottato” da elementi criminali. Perché, se questa era semplicemente una risposta troppo zelante alla violenza dei manifestanti, gli agenti hanno aperto il fuoco in un sito che non aveva visto precedenti segnalazioni di disagi? Più tardi, Sanwo-Olu ha affermato che gli eventi sono stati il risultato di forze al di fuori del suo controllo. Quando il presidente Buhari si è finalmente rivolto alla nazione, non si è nemmeno preoccupato di menzionare il massacro.

Tuttavia, i cittadini hanno continuato a chiedere risposte. La pressione crescente ha portato il governatore Sanwo-Olu a fare marcia indietro, sostenendo che il massacro era il risultato di “forze al di fuori del nostro diretto controllo [che] hanno agito per scrivere una pagina buia nella nostra storia“. Mentre i politici uno dopo l’altro scaricavano le colpe, al popolo nigeriano è stato chiesto di credere o che l’esercito fosse al di fuori del controllo dello stato, o che ci fossero forze civili in Nigeria con il potere di commettere impunemente una tale atrocità. Il fatto agghiacciante è che entrambi gli scenari non solo sono possibili, ma probabili.

Una cosa è chiara però: il massacro al casello di Lekki è stato un attacco diretto al diritto di protestare e le ricadute dovrebbero fornire lezioni cruciali al nascente movimento e ai suoi sostenitori. Quando Sanwo-Olu annunciò il coprifuoco, nel movimento avevano già iniziato a svilupparsi notevoli spaccature. Segalink, personalità e attivista di Twitter, ha pubblicamente rotto con quello che molti hanno considerato frutto del suo ingegno, sostenendo che #EndSARS, cominciato come una mobilitazione legittima, si stava trasformando in una tentata insurrezione. #EndSARS era una coalizione comprendente elementi della classe media e della classe lavoratrice e giovani del sottoproletariato, ma già si vedevano le prime crepe.

Una nazione divisa

Il messaggio che #EndSARS è una lotta per la sopravvivenza è stato al centro del movimento sin dal suo inizio. Ciò che significa sopravvivenza, tuttavia, dipende dalla classe e dallo status. Se si deve credere alle celebrità nigeriane che hanno fatto esternazioni alla stampa internazionale, la SARS terrorizza specificamente i benestanti. In effetti, anche se molti hanno riconosciuto le condizioni di fondo che hanno portato ai disordini – mancanza di beni e servizi pubblici di base, nessuna rete di sicurezza, niente acqua, niente elettricità – la lotta è stata fondamentalmente presentata come una battaglia intrapresa dai nigeriani benestanti, secondo i quali la brutalità della polizia sarebbe frutto di un certo risentimento di classe.

Ma quando le proteste si sono diffuse al di fuori delle aree più ricche come Lekki e Abuja, è emersa una narrazione completamente diversa; un racconto che ha mostrato come la brutalità dello Stato sia stata avvertita in modo più acuto dai poveri del paese: coloro che non hanno i contatti per spaventare un ufficiale; che non hanno le risorse per perseguire i responsabili di abusi; coloro che si può far sparire costringendo le famiglie al silenzio.

Le conseguenze della dilagante disuguaglianza in Nigeria sono emerse nel corso del lockdown di 96 ore imposto da Sanwo-Olu. Data la possibilità di ribaltare, anche se solo per un breve periodo, la rigida gerarchia socioeconomica, le classi popolari rimaste per le strade si sono concentrate nel dissacrare i simboli del potere e dell’ingiustizia, che in precedenza erano stati per loro intoccabili. I manifestanti hanno fatto irruzione nel palazzo dell’Oba [re] di Lagos, portando via il suo bastone cerimoniale, le sue scarpe e dei dollari trovati in una bara. Hanno bruciato le case dei ricchi lagosiani. Hanno fatto irruzione e svuotato un magazzino dove erano nascosti i palliativi per il Covid-19, che il governo sosteneva di aver distribuito mesi fa.

Senz’altro, la verità è che la Lagos che hanno bruciato e saccheggiato è una città per la quale non avevano alcun interesse. Etichettati come pezzenti e criminali dallo stato e da eminenti manifestanti del movimento #EndSARS, in pochi sono sembrati interessati a comprendere in pieno la miseria che avrebbe spinto le persone, in massa, a dare fuoco alla propria città; la loro violenza aveva apparentemente reso le loro motivazioni irrilevanti. Per mesi, milioni di persone sono state ridotte ulteriormente in povertà durante il lockdown dovuto al Covid-19 con poco o nessun sostegno da parte del governo e un’oscena inflazione dei prezzi dei prodotti alimentari causata dalla decisione di aumentare drasticamente le tariffe del carburante nel bel mezzo della crisi economica. Ma i roghi di Lagos hanno rivelato un’abbondanza che in realtà era già sotto gli occhi di tutti.

Ho un rimpianto rispetto ai miei tentativi di far luce sulle lotte del movimento #EndSARS: ho implicitamente accettato la distinzione che è stata fatta tra proteste pacifiche e violente – tra il pacifismo della ricca zona di Lekki e l’autodifesa del più povero quartiere di Mushin – come una distinzione di legittimità morale.

Ma tali giudizi sono inutili, ora me ne rendo conto, dato che sono state queste comunità povere a sopportare il peso maggiore degli iniziali tentativi di repressione dello Stato – i cannoni ad acqua, gli spari sulla folla, gli arresti di massa e le sparizioni. Sono stati loro a subire le conseguenze dell’idea dogmatica che solo lo Stato può usare la violenza, anche se tale violenza è usata così vergognosamente contro la propria cittadinanza.

Nelle parole di Seun Kuti, queste comunità non possono “lasciare l’oppressione, rimuovere la SARS” perché l’impunità della polizia è inestricabilmente legata all’impunità dei ricchi. Per questo motivo, nessun progetto per limitare la brutalità della polizia può eludere la ridistribuzione della ricchezza e del potere. È ovvio, tuttavia, che alcuni vorrebbero fermarsi prima di affrontare la seconda questione.

Una Nigeria più giusta

Ripetutamente, lo stato nigeriano ha dimostrato di non essere un degno custode del benessere della propria gente. I politici hanno accolto con gioia le occasioni per mettere il profitto prima delle persone, accaparrandosi non solo la vasta ricchezza derivata dalla produzione statale di petrolio, ma anche le briciole donate ai più poveri del paese.

È ormai chiaro che, se il movimento vuole sopravvivere alle violente minacce e aggressioni del governo, #EndSARS deve prendere sul serio il compito di trasformare la società nigeriana nel suo insieme. Un compito del genere probabilmente costerà al movimento alcuni sostenitori – è ovvio che l’appoggio di alcuni viene meno nel momento in cui si minaccia la loro confortevole posizione all’interno dell’ingiusto sistema nigeriano.

In ogni caso, se si vuole evitare che il sangue sia stato versato invano e onorare i martiri caduti sotto i colpi del governo, l’impegno per una Nigeria migliore e più giusta deve andare avanti.

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