Covid e Dpcm: esplode la protesta e anche il mainstream mette in discussione chiusure e vincoli

Marco Travaglio direttore de Il Fatto Quotidiano, non ha risparmiato le sue perplessità sul nuovo Dpcm che il presidente del Consiglio ha firmato domenica e lo ha fatto nell’editoriale pubblicato ieri dal titolo “Virus da prima serata”.

Travaglio definisce il Dpcm «un patchwork di norme e “raccomandazioni” che mescola misure utili e sacrosante ad altre inutili e deprimenti. Queste ultime, fra l’altro, stonano con le dichiarazioni rese al Corriere dalla più alta autorità scientifica del Cts, il presidente del Consiglio superiore di Sanità Franco Locatelli» (che aveva detto tra le atre cose: “non siamo vicini alla perdita di controllo” dei contagi; “solo un terzo dei soggetti infetti ha sintomatologia, in larga parte di limitata severità”; dunque bisogna “mantenere i nervi saldi ed evitare il panico”).

«Si comprende ancor meno è la chiusura 24 ore su 24 di cinema e teatri, cioè i luoghi più sicuri dopo il deserto del Sahara, dove non risultano focolai per il rigoroso distanziamento dei posti assegnati: perchè non tenerli aperti almeno fino alle 18, consentendo proiezioni e rappresentazioni mattutine e pomeridiane? – scrive ancora Travaglio – Altrettanto incomprensibile è la chiusura alle 18 di bar e ristoranti, che come palestre e piscine avevano investito molte risorse per mettersi in regola coi protocolli di sicurezza. Il virus circola soprattutto di giorno e i nuovi divieti si concentrano dopo il tramonto (contro il famoso Covid da prima e seconda serata): ma che senso ha? Se fossimo in lockdown, si capirebbe almeno la logica: ciascuno, non potendo uscire né muoversi, se ne starebbe a casa propria “h 24”. Ma senza lockdown né coprifuoco, almeno su scala nazionale (alcune Regioni hanno provveduto per conto proprio, ma fra le 23 e le 24), il governo cosa pensa che faranno gli italiani dopo le 18? Che spariranno nel nulla? No: se ne andranno tutti a casa dopo una giornata passata a scuola o al lavoro a contatto con potenziali positivi e moltiplicheranno le possibilità di contagiare gli altri familiari, soprattutto gli anziani. E molti organizzeranno aperitivi, cene, serate e festicciole fra amici, infischiandosene delle “raccomandazioni” del Dpcm, e proprio nel luogo meno controllabile di tutti: le quattro mura domestiche. Non era meglio lasciare qualche valvola di sfogo serale in locali aperti al pubblico (e ai controlli) che già rispettavano le regole di distanziamento e anti-assembramento, come bar, ristoranti, teatri e cinema, diradando o ritardando così i contatti familiari che (ancora Locatelli) sono “il contesto di trasmissione principale del virus”? E chi sono gli scienziati o i politici fenomeni che hanno suggerito misure tanto irrazionali e forse controproducenti, che fino a tre giorni fa Conte non voleva neppure sentir evocare? A queste domande il premier non ha risposto, anche perchè – non trattandosi di Mes e simili baggianate – nessuno gliele ha poste. Così, forse, ha ripreso il controllo del governo e della maggioranza e ha messo a cuccia per un po’ la canea degli sgovernatori falliti sempre a caccia di un capro espiatorio. Ma è improbabile che abbia ottenuto il risultato più importante per vincere la guerra: convincere i cittadini italiani».

E nelle piazze non si sono fatte attendere le proteste di cittadini e diverse categorie professionali danneggiate dalle misure adottate dal premier. I tassisti a Torino hanno occupato piazza Castello, a Cremona i ristoratori hanno battuto le pentole davanti alla prefettura e poi le hanno lasciate a terra come in un cimitero di stoviglie, a Catania hanno manifestato davanti alla prefettura, a Treviso in mille hanno sfilato in corteo, a Viareggio giovani hanno bloccato il traffico. Altre manifestazioni si annunciano per le prossime ore. In piazza anche a Genova tra ristoratori e lavoratori dello spettacolo. Tensioni ieri nelle piazze, da Napoli a Milano a Torino, anche a Trieste.

Senza contare lo scetticismo delle Regioni che chiedono al governo di “valutare se qualche correzione ci potrà essere”. “Secondo noi – spiega il presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini – era meglio chiudere i centri commerciali il sabato e la domenica dove si affolla tanta gente che ristoranti, teatri, cinema e palestre che rispettavano le regole”.

«Non si puo’ andare avanti a colpi di lockdown e di coprifuoco: non serve un approccio di buonsenso o di pancia, ma un approccio razionale. Le misure vanno prese sulla base dei dati: a fare questa affermazione è stata, ad “Agora'” su Raitre, Antonella Viola, immunologa dell’Universita’ di Padova. «Dobbiamo capire dove avvengono i contagi, i dati del tracciamento ci sono e vanno a messi a disposizione della comunita’ scientifica – ha sottolineato – I contagi avvengono nei ristoranti? Nei bar? Nei cinema? Se non ci sono dati precisi, perche’ usare la falce e chiudere tutto?».

Intanto è stato annunciato a Firenze per il 30 ottobre un presidio dalle 10 alle 12 in piazza Santissima Annunziata come protesta nazionale dei lavoratori dello spettacolo, nell’ambito della mobilitazione nazionale indetta da Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil. Secondo i sindacati, si legge in una nota, l’ultimo Dpcm «rischia di assestare un colpo mortale e irreversibile al futuro della produzione culturale italiana», penalizzando soprattutto i precari, lavoratori intermittenti, e l’indotto.

«Anche la dodicesima comparsata televisiva di ieri del presidente del consiglio Conte per illustrare, il nuovo decreto antivirus, meglio definibile come il dodicesimo bollettino della disfatta governativa e della deriva del nostro paese, ha confermato la totale mancanza di una strategia di fondo di questo esecutivo e l’assenza assoluta di un discorso di verità sui gravi errori commessi in primavera, sulle irresponsabili sottovalutazioni dell’estate e sulle colpevoli decisioni di questo malinconico autunno»: sono le parole durissime di Raffaele Lauro, segretario generale Unimpresa. Che aggiunge: «Conte ci ha soltanto risparmiato, bontà sua, lo pseudo-trionfalismo autocelebrativo del cosiddetto ”modello italiano”’. Questa mancanza di verità, dopo mesi di sofferenze dei cittadini e delle imprese  e dopo l’assenza di un’assunzione di responsabilità di fronte alla comunità nazionale, convince sempre più che, accanto al flagello del covid 19, il nostro paese stia subendo tragicamente un secondo virus, più letale del primo, il ‘virus politico-istituzionale’ di un governo allo sbando, senza una rotta, capace di creare soltanto confusione, angoscia e una rabbia sociale montante, sempre più esplosiva e pericolosa. Saranno queste nuove misure restrittive, enunciate tra larvate minacce e paternalistiche, quanto inutili, raccomandazioni, tra l’altro del tutto contraddittorie, in grado di evitarci di trovare sotto l’albero di Natale i ‘doni’ di un lockdown totale e del fallimento di migliaia di piccole e medie imprese? Incombono i dubbi’» ha concluso Lauro.

«L’ultimo decreto produrrà altri danni gravissimi alle imprese, danni insopportabili» ha aggiunto il presidente di Confcommercio, mentre 25 sindaci del Grossetano hanno scritto a Conte, al presidente della Regione Toscana Eugenio Giani e all’Anci per chiedere la revisione del DPCM sulle chiusure di bar e ristoranti alle ore 18 e delle altre misure nei piccoli Comuni. «La gestione di una crisi complessa e difficile come questa ha la necessità di essere sostenuta oltreché dal supporto medico scientifico da una visione realistica del nostro paese – scrivono – I nostri paesi rappresentano l’ossatura dell’Italia con la loro ricchezza culturale e umana che resiste garantendo le caratteristiche della nostra nazione. La vita dei nostri Comuni è basata su tante piccole cose e sono i bar e i ristoranti a rappresentare il tessuto fragile, ma socialmente importante che mantiene anche un’economia basata su turismo, prodotti di qualità e servizi. Le norme, per essere buone norme, devono basarsi su una corretta analisi di dove e come verranno applicate. Quelle del recente DPCM, in cui viene fissata ad esempio una generalizzata chiusura degli esercizi pubblici alle ore 18, sono in questo senso regole che non rispettano la realtà ed in particolare quella delle popolazione dei Comuni più piccoli. Una norma, se non viene compresa dai cittadini e recepita come norma giusta, rischia di determinare una frattura grave tra governanti e governati».

Intanto però, secondo quanto dichiarato dal sindacato degli anestesisti rianimatori Aaroi-Emac, già prima dell’emergenza Covid-19 mancavano all’appello ben 4mila specialisti, che mancano ancora anche solo per coprire il fabbisogno ordinario. E il sindacato ribadisce come necessaria una riorganizzazione complessiva, che superi l’attuale modello delle terapie intensive polivalenti.

Ma in questi mesi evidentemente su questo fronte non è stato fatto quello che occorreva fare.

Condividi questo contenuto...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *