Adiós general

Un calcio al passato, una giornata storica, frutto di un anno di lotta popolare che ha messo in ginocchio il governo reazionario di Piñera e l’intero sistema della rappresentanza politica: il 25 ottobre 2020 in Cile sarà ricordato come il giorno in cui è stata sotterrata per volontà popolare la costituzione del dittatore Pinochet.

La costituzione in vigore fino ad oggi infatti è quella fatta redigere dal sanguinario dittatore Augusto Pinochet nel 1980, una costituzione che, secondo il suo giurista Jaime Guzmán doveva «garantire che se gli avversari governano, sono costretti a seguire un’azione non troppo diversa da quella che si vorrebbe, rendendo estremamente difficile un’azione contraria». I propositi del giurista si sono effettivamente avverati, tanto che in questi trent’anni dalla fine “ufficiale” della dittatura anche presidenti di “sinistra” hanno governato con questa costituzione. Fino a ieri quando, grazie alla poderosa spinta popolare, si è arrivati al referendum che cambierà le carte in tavola: quasi l’80% dei cileni (ma su un’affluenza del 50% e poco più) ha votato apruebo, vale a dire si è detta favorevole ad avviare l’iter per redigere una Costituzione con una “Convención Constitucional” integrata esclusivamente da un gruppo paritario di uomini e donne scelti dalla popolazione.

Chissà oggi, alla luce di questa vittoria, cosa passa per la testa di quei ragazzi delle secondarie cilene che l’anno scorso sfidando tutto e tutti con l’ “evasion masiva” dei tornelli della metro hanno acceso la miccia di una delle rivolte popolari più importanti degli ultimi anni del continente e non solo. Sono stati loro infatti, dopo anni di battaglie per il diritto allo studio, il detonatore e il motore del cosiddetto “estallido social”, partito l’ottobre di un anno fa dalla radicale protesta contro l’aumento di 30 pesos del prezzo della metro di Santiago. Fin da subito, grazie anche a uno slogan quanto mai eloquente, “no son 30 pesos, son 30 años”, si è capito che il movimento studentesco aveva nelle sue corde la possibilità di riscrivere la storia del paese. E così è stato. Le giuste rivendicazioni degli studenti, ben spiegate dallo slogan, hanno infatti messo in relazione la battaglia degli studenti con quella dei lavoratori e delle famiglie a cui gli stessi studenti appartengono e con quelle del movimento indigeno mapuche individuando con chiarezza i responsabili della crisi sociale ed economica: i trenta anni di politiche neoliberiste sfrenate che hanno reso il Cile uno dei paesi più diseguali al mondo.

La forza, e a volte pure la debolezza, di questo movimento è stata quella di essere incontrollabile, di non avere capi politici e di decidere azioni e mobilitazioni attraverso una fitta rete di assemblee popolari auto organizzate che con i mesi sono nate un po’ ovunque e non solo nella capitale Santiago. I partiti politici di sinistra tradizionali in questo ultimo anno hanno sempre dovuto rincorrere la protesta non essendo mai in grado di dirigerla né tanto meno di riuscire a rappresentarla, nemmeno in Parlamento: dalla Plaza de la Dignidad in rivolta più volte sono stati allontanati rappresentanti della sinistra istituzionale ed è stata sottolineata la loro complicità a questi “30 anni di democrazia recuperata”. Il resto lo hanno fatto i simboli capaci di toccare l’immaginario comune e di creare entusiasmo nonostante una durissima repressione: dal già citato slogan, all’eroico cane Matapacos, alla Primera Linea che per un anno intero ha difeso il diritto di manifestazione e liberato le piazze dagli aggressori in divisa e, non meno importante, alla bandiera mapuche, simbolo di un’ancestrale lotta contro il colonialismo e lo sfruttamento dello stato cileno. Questa rete che, con l’avvento della pandemia, ha saputo anche sopperire alla non volontà e all’incapacità dello stato cileno di sostenere la popolazione in questa crisi con la realizzazione delle “ollas comunes”, fondamentali per dar sollievo a intere comunità colpite dalla crisi economica, e costruendo percorsi comunitari di autonomia ed organizzazioni importanti anche per il futuro.

Una vittoria che è senza dubbio del “pueblo unido”, che si è ribellato e ha resistito per un anno intero all’ondata di repressione che gli si è abbattuta contro, quasi come quella subita durante la dittatura. Una vittoria che è soprattutto delle 42 persone che hanno perso la vita per il sogno di cambiare il paese; delle oltre 400 persone che hanno subito mutilazioni oculari e delle centinaia, migliaia di persone vittime della repressione di stato, delle violenze, degli abusi, delle torture, degli stupri, di quanti ancora sono privati della libertà per non aver chinato la testa di fronte a un sistema che genera ingiustizie, disuguaglianze, violenza. Una vittoria che non può essere considerata un punto di arrivo principalmente perché è una vittoria che andrà difesa giorno dopo giorno, essendo in atto un processo costituente in cui nulla è scontato, né l’appoggio dei partiti di sinistra (quanto mai malleabili in questi trent’anni), né tantomeno la resa incondizionata del governo neoliberista.

Con l’avvio del processo costituente e il rifiuto della Costituzione pinochetista l’ombra dell’odiato dittatore comincia lentamente a svanire. Un’ombra che ad oggi ha tentacoli sparsi ovunque nel paese, ha poteri economici al suo fianco, ha assassini in divisa al suo servizio, ha “servitori pubblici” come alleati. La nuova Costituzione, senz’altro necessaria, è solo un primo importante passo per cancellare definitivamente quel periodo buio dall’attualità.

La lotta paga. E continua…

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