Padre Nostro, di Alberto Sebastiani

EDB, Bologna 2020, pagg. 176 € 18

[E se il Padre Nostro fosse un meme globale che si tramanda da secoli? Potrebbe essere una meta-lettura che inserisce la più famosa preghiera dei cristiani come un’equazione nell’immensa algebra dei mantra, quel flusso vocale che attraverso la ripetizione raggiunge uno stato di liberazione estatica della mente. Padre Nostro come Om, come Hare Krishna Hare Hare. Oppure la più antica invocazione al padre, il Padre dello scibile e dell’intero cosmo, 2000 anni prima della psicanalisi?

Le ipotesi potrebbero continuare all’infinito. E Alberto Sebastiani, docente di Filologia Classica e Italianistica all’Università di Bologna, accetta la sfida. Questo libro è il risultato di una lunga, tenace ricerca sul testo di dieci versi che si presta a un’infinità di interfacce esegetiche, religiose e laiche. Infatti Sebastiani li analizza a 360 gradi, ne smonta e ne rimonta la filologia, i riferimenti storici e mistici, indaga sulle diverse letture che si sono susseguite dall’antichità fino ai giorni nostri, nella filosofia, nella letteratura e nella musica. E’ un saggio corredato da una poderosa bibliografia, note che rimandano a una quantità di studi transnazionali, gestito con un approccio laico, ma non “contro”. Forse l’autore ne intuisce l’universalità, storica, politica e filosofica, che passa da un’impalcatura incorruttibile cristiana a un “io” collettivo che non accetta il silenzio insopportabile di Dio, la sua impotenza. MB]

Di seguito pubblichiamo un estratto del capitolo Pier Paolo Pasolini e la sfida

“Il Novecento è stato il secolo del numinoso silenzio di Dio, e anche la letteratura ci si è confrontata con voci poetiche e narrative di atei, credenti e dubbiosi che hanno cercato le parole più opportune per esprimere la condizione dell’uomo di fronte alla nietzschiana «morte di Dio», da negare o da superare, ma comunque da affrontare. Per la letteratura italiana basterebbe citare nomi come Giuseppe Ungaretti, Clemente Rebora, Giorgio Caproni, Primo Levi, Mario Luzi, Cristina Campo.

Non è però oggetto della nostra riflessione indagare la presenza di Dio o del sacro nella letteratura o l’idea della scrittura come preghiera, né interessa compiere un’indagine storico-tematica sulla presenza della preghiera nella letteratura italiana o in specifici autori,33 bensì considerare il caso particolare delle esplicite riscritture del Padre nostro. Più precisamente: riscritture laiche, che hanno rifunzionalizzato la preghiera in prospettiva civile.

Ignazio Baldelli, per la Preghiera del Signore, ha individuato una tradizione che comincerebbe dalla sesta predica in volgare piemontese del XII secolo del cosiddetto Sermoni subalpini per arrivare al XX secolo con Francesca da Rimini di Gabriele D’Annunzio (1901) e la preghiera recitata a teatro da Eleonora Duse. Tra i due, Baldelli ha ovviamente ripercorso le sette terzine in cui la recitano (e commentano) i superbi nella Divina Commedia di Dante (Purgatorio, XI, 1-24)34 e la versione poetica di Tommaso Campanella, ma anche le parodie cinquecentesche anonime contro gli occupanti francesi e spagnoli. Una tradizione che prosegue nel Novecento e nella quale non si assiste a una ripresa del Padre nostro solo come mera citazione per caratterizzare un ambiente o dei personaggi o ad esempio come testo che interagisce con i dialoghi in atto, ma anche a una sua vera e propria riscrittura, una rielaborazione che poggia sulla consapevolezza della sua notorietà presso l’uditorio, sulla ricchezza semantica del testo originario e degli arricchimenti interpretativi che esso ha avuto nella storia, sul fatto che sia la preghiera per eccellenza dei cristiani.

Nella letteratura internazionale si possono incontrare riscritture blasfeme volte a esprimere attraverso la bestemmia il male di vivere, o un’autonomia dell’uomo rispetto a un eventuale Dio, o ancora un abbassamento simbolico di questi nella concretezza degli eventi storici, mo strando le masse come padri di se stesse.

Abbiamo ad esempio per il primo caso nomi come Ernest Hemingway, che nel racconto A Clean, Well-Lighted Place (1926, in italiano Un posto pulito, illuminato bene) fa recitare al cameriere nottambulo il suo blasfemo «Our nada who art in nada». Per il secondo possiamo pensare a Jacques Prévert con il suo Pater Noster, pubblicato in Paroles (1946)39 e tradotto per la sua City Light nel 1958 in Selections from Paroles da Lawrence Ferlinghetti, a sua volta autore di Loud Prayer, nell’antologia Beatitude Anthology (1960), letta dal vivo più volte anche sul palco del gruppo storico del rock americano The Band, persino durante l’ultimo loro concerto noto come The Last Waltz, da cui Martin Scorsese trasse il film omonimo (1978). Una performance che regolarmente zittiva il pubblico come Bowie a Wembley, per quanto il testo e la sua intenzione fossero profondamente diversi. Per il terzo caso di riscritture blasfeme pensiamo a Pablo Neruda, che rivede e riscrive il Padre nostro per raccontare simbolicamente la storia latinoamericana e il suo ideale di libertà ricercata nei secoli dai suoi popoli in Un canto para Bolívar (1941).40 Il Padre nostro lo ritroviamo però anche in testi di autori cattolici, come la cilena Gabriela Mistral, che invoca Dio ma gli rinfaccia un silenzio insopportabile in Nocturno 1922).

Queste riscritture internazionali esprimono un rapporto complesso con Dio: quando non si trasforma in un’altra divinità (il popolo in Neruda), il «padre nostro» è un convitato di pietra, un interlocutore che non c’è, e se il cameriere di Hemingway lo bestemmia a suo modo invocandolo perché non sopporta la propria condizione, la Mistral, all’interno di una tradizione letteraria novecentesca internazionale, lo supplica di rivelarsi, mentre l’ironia di Prévert e Ferlinghetti lo invita, se mai esistesse, a farsi da parte, lasciando l’uomo vivere libero in un mondo in cui coesistono bellezza e orrore.

Tornando in Italia, non è facile individuare riscritture della Preghiera del Signore nel corso del Novecento. Pier Paolo Pasolini sembra, in questo ambito, un’eccezione. Ritroviamo infatti il Padre nostro in più occasioni. In primo luogo, ovviamente, nel suo Vangelo secondo Matteo (1964): nella sceneggiatura immagina la scena raccontata dall’evangelista in una notte buia, di tempesta, con lampi e tuoni, con in primo piano Cristo (Enrique Irazoqui) che recita la preghiera ripresa dal testo delle Edizioni Pro-Civitate Christiana. Nella scena 35, dove peraltro è previsto che al momento della preghiera i tuoni e i lampi si fermino per fare spazio a una notte serena e al canto degli usignoli, situazione che poi non si ritrova nel film, il Padre nostro si conclude con le parole: «ma liberaci dal Maligno», che diventa «dal male» nel film. Nel racconto evangelico di Matteo, invece, non ci sono ndicazioni metereologiche. La preghiera che insegna Gesù si inserisce, abbiamo detto, all’interno del discorso della montagna, che comincia nel quinto capitolo e che presenta un’indicazione spaziale non precisa: «Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli» (Mt 5,1). È su un monte, probabilmente in Galilea, forse vicino a Betania, e non si sa se piova, ma a un certo punto dice: «Voi dunque pregate così», e inizia a recitare il Padre nostro.

In questo caso, quindi, Pasolini interviene sul contesto, non sulla preghiera. Diversamente avviene in altre due occorrenze nella sua opera. La prima è una riscrittura in friulano, in La Domènia Uliva, in Poesie a Casarsa (1942) poi in Tal còur di un frut (1953) e in La meglio gioventù (1954), poesia a più voci fondata sullo scambio dialogico tra madre e figlio, in cui Pasolini «recupera i moduli della sacra rappresentazione per dare consistenza figurativa e movimento scenico all’emblematico incontro della madre, sotto le spoglie di un fanciullo che reca in mano un ramoscello d’ulivo». Il Padre nostro, recitato all’unisono dai due personaggi,47 prelude al finale in cui il personaggio Figlio, alter ego del poeta, resta solo, e afferma: «Crist al mi clama / ma sensa lus» («Cristo mi chiama, ma senza luce»). Non c’è quindi salvezza per il fanciullo «(restato solo nel paese)»”.

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