Sulla società della cura. Riflessioni a margine dell’Università estiva di Attac Italia

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Assemblea – Università Estiva di Attac Italia 2020

di Pino Cosentino, Attac Genova 

“La società della cura” è stata accolta con un’adesione pressoché immediata e amplissima perché tutti, o la grande maggioranza, hanno percepito la novità e l’adeguatezza di questa formula.

Non solo essa rivela a noi stessi le motivazioni profonde e l’aspirazione spesso inespressa che guida o dovrebbe guidare tutti noi; non solo dunque è “giusta”: è anche utile e opportuna. È un’affermazione valoriale, ma nello stesso tempo squisitamente politica.  Non si limita a dire cos’è il bene (la cura) e cosa il male (la non-cura, incuria, indifferenza, chiusura egoistica verso gli altri…). Non è solo il metro che permette, a chi l’adotti, di giudicare la bontà sotto il profilo etico delle azioni individuali e della morale pubblica. Ma la relazione di cura si pone chiaramente in totale opposizione alla globalizzazione neoliberale, e in generale allo spirito del capitalismo. La “società della cura” trascina con sé una riorganizzazione pratica e valoriale dell’economia, del lavoro, dello Stato, dei diritti di proprietà.

Verrebbe però da chiedersi: ma la società stessa, ogni società, non nasce e vive per l’utilità dei suoi membri? Il più povero e il più oppresso non si trova comunque, in quanto membro di un qualunque consorzio civile, a godere di condizioni migliori di chi fosse solo, escluso da qualunque comunità, o perché esiliato, o naufrago come Robinson Crusoe (Defoe potrebbe sembrare un precursore della Thatcher, ma non è proprio così)? Cura e competizione/conflitto sono due polarità che, ragionando in astratto, possono andare insieme, per esempio nel gioco, o contrapporsi nettamente, come nelle gare. Episodi di solidarietà in ambito competitivo diventano leggendari proprio perché inattesi, scandalosi, dotati dello stesso effetto di “percezione del contrario” che, secondo Pirandello, è all’origine dell’umorismo (l’immagine più volte riproposta con un misto di stupore e divertimento, di Bartali che passa la borraccia dell’acqua a Coppi ne è un esempio calzante). Ma la polarità pura esiste solo in casi estremi, in ambiti ritualizzati. Normalmente ogni società si regge su una miscela di entrambe. Ogni governo, per quanto possa essere vessatorio, fa qualcosa di utile per tutti (opere pubbliche, rapporti giuridici, difesa da razzie e incursioni dall’esterno…) accanto ad altre azioni intese a salvaguardare i privilegi propri a scapito della maggioranza. Le nostre moderne società capitalistiche come le giudichiamo, da questo punto di vista? Anche in esse la competizione deve includere come suo momento necessario, le relazioni di cura, intese sia come attività professionale specialistica, sia soprattutto come volontariato gratuito (categoria in cui potrebbe rientrare la cura familiare), ma anche come collaborazione ed endogamia di classe, dove la concorrenza e l’ostilità reciproca si tramutano in fronte comune nei confronti degli avversari della “cultura d’impresa”, come dicono loro. Queste osservazioni ci obbligano a distinguere radicalmente le relazioni di cura, fondate sulla genuina spinta affettiva, oltre che etica, tra persone, da convergenze di convenienza. Il sistema scolastico universale gratuito è un fattore competitivo per le imprese, che così possono disporre di personale formato a caro prezzo, ma per loro gratuito. In generale tutto il welfare nasce da due motivazioni confluenti: ottenere consenso, consolidando il sistema di dominio dei pochi; indirizzare risorse pubbliche a sostegno (sia dal lato dell’offerta, sia dal lato della domanda) delle attività economiche della classe proprietaria.

Possiamo definire la società capitalistica, come quelle che l’hanno preceduta, una “società della cura”? Nonostante tanti aspetti utili per tutti, nonostante la diffusione di pratiche

caritatevoli, la risposta è negativa. Anzi, le società capitalistiche sono tutte concretizzazioni storiche, perciò differenziate, di un unico tipo di società: quella delle disuguaglianze strutturali potenzialmente illimitate, territoriali e di classe, a fini di utilità per sé, qualunque siano i costi per l’insieme della società e dell’ambiente. In sostanza, l’opposto della “società della cura”.

La “società della cura” non è affatto una banalità. E’ davvero un “rovesciamento di paradigma”. Da molti anni non si ragiona più su società alternative al capitalismo, o se ne ragiona in termini sentimentali, come una patria ideale irraggiungibile, l’anelito  verso un qualcosa fatto della materia dei sogni, un’utopia molto simile a un supplizio o a un incubo, dove si corre e si corre, ma non si avanza di un passo.

Ma nei tempi ancora precedenti la situazione era rovesciata. Il superamento del capitalismo era considerato non solo inevitabile, ma vicino, a portata di mano. La definizione della società nuova non era un problema. Socialisti, anarchici, comunisti erano sicuri di avere le idee chiare sul dopo: 1. Proprietà collettiva dei mezzi di produzione (per alcuni, non la terra), 2. i lavoratori delle industrie/o i contadini/o i cittadini uniti da un unico interesse e da un caratteristico stile di vita, tutti repliche di un unico modello di essere umano (su questo, dissenso degli anarchici), saldamente al comando dello Stato (da abolire secondo gli anarchici). Il movimento verso la società senza classi era ritenuto il frutto inevitabile e imminente delle contraddizioni interne al capitalismo, al punto di chiedersi quale potesse essere la funzione dei movimenti organizzati e delle singole personalità nel processo storico, visto che le strutture socioeconomiche sembravano attori forniti di vita propria. Il compito dei singoli era di organizzarsi, e quello delle organizzazioni di assecondare il processo storico, come un’ostetrica che non partorisce, ma aiuta la puerpera a farlo.

Ideali, valori, preferenze personali ecc., quando non avessero coinciso con il fatale movimento storico, erano considerate manifestazioni di soggettivismo borghese, di cui vergognarsi e fare ammenda.

Era la logica conseguenza della contrapposizione, alimentata da Marx stesso, tra il socialismo “scientifico” e socialismo “utopistico” (da disprezzare, o almeno da deridere). Se il socialismo scientifico ha scoperto e rivelato al mondo le leggi ferree che governano il capitalismo, con la stessa inevitabile e vincolante forza con cui la gravità ci tiene attaccati al suolo, la storia è già scritta, ci possiamo anche limitare a contemplarla. Come acutamente notava Gramsci nel suo famoso articolo La Rivoluzione contro il Capitale, apparso sull’Ordine Nuovo nel 1919, ci sono due Marx,il dialettico e il determinista, quello influenzato dalla  dialettica hegeliana, che andava solo capovolta, rimessa sui piedi, e quello invece (si suppone caldeggiato da Engels) influenzato dall’ideologia scientista di metà Ottocento, che credeva che ogni causa potesse avere un unico effetto. Fosse vero, la Terra sarebbe ancora un geoide di roccia nuda.

La “società della cura” è un’operazione di notevole spessore, anche culturale. L’attenzione non si fissa sulle strutture economiche, giuridiche, istituzionali. Tutte realtà inerti, passive.  Vincolanti, ma senza vita propria. Esse, come la rete di binari delle nostre ferrovie, sono ineludibili. Il treno non può correre al di fuori. Ma è la locomotiva che dà vita al treno con la sua energia e le scelte dei macchinisti. Se si vuole andare in un luogo non raggiunto dai binari, bisogna farne di nuovi, ma ciò non può certo essere opera della rete esistente.

Occorreranno dei costruttori.

Piketty nel suo ultimo libro, Capitale e ideologia, di cui è uscita l’edizione italiana nel marzo scorso, assolutamente raccomandato (sebbene piuttosto impegnativo con le sue quasi 1.200 pagine), spiega, ma soprattutto mostra, l’estrema varietà delle situazioni concrete e come le traiettorie storiche siano il risultato, nel corso del tempo, di una miriade di scelte tra opzioni diverse.

Strutture e soggettività interagiscono e creano incessantemente il presente e il futuro.

Ci sarà molto da studiare, da discutere, da analizzare, per capire come possa funzionare nella società della cura la produzione e lo scambio di beni, chi produce e gestisce i mezzi di scambio (oggi denaro), come strutturare i processi lavorativi in modo da renderli piacevoli, efficienti, per non sprecare risorse preziose; come si organizza il sistema politico in modo da realizzare la sovranità popolare…e molte altre cose ancora.

Non è l’opera di un giorno, né può sbucare dalla testa di qualcuno bell’e fatta, come Minerva dal cranio di Giove. Bisognerà, secondo il motto galileiano, provare e riprovare [cioè analizzare criticamente i risultati degli esperimenti e apportare le modifiche appropriate], confrontando teorie e pratiche, discutendo e ragionando insieme dall’interno dei movimenti sociali.

La “società della cura” unisce diagnosi e prognosi, ci fa capire l’immensità del debito che abbiamo verso noi stessi e tutte le forme di vita che condividono questo pianeta. Il capitalismo pienamente sviluppato trascina con sé, accanto a disuguaglianze abissali, un forte innalzamento del livello dei consumi per i suoi cittadini. Nella sua preistoria, approfittando del differenziale tecnologico e quindi militare nei confronti di altri popoli che vivono in quello che si chiama “sud del mondo”, hanno incrementato la loro ricchezza con la riduzione in schiavitù, su un arco di alcuni secoli, di decine di milioni di esseri umani. Poi, assoggettato manu militari il resto del mondo, ne hanno saccheggiato le risorse, rapporto esistente tuttora, nonostante la decolonizzazione. La società della cura ripudierà tutto questo.Non sappiamo ancora se si svilupperà in ambiti nazionali o sovranazionali, o magari locali. Ma certamente l’idea e la realtà di questo inedito  modello sociale ha un’intrinseca forza espansiva, non potrà essere contenuta nei confini nazionali, cambierà le relazioni internazionali a favore dei popoli.

Un sogno? Una chimera? La forza espansiva della società della cura si basa su un dato: la forza produttiva più potente è l’essere umano. Oggi la società delle disuguaglianze mortifica i talenti (talvolta anche la vita) di molti, come se le capacità dell’uno facessero ombra a quelle dell’altro. La società della cura libererà grandissime risorse di intelligenza e di laboriosità. Le gerarchie che discendono dal comando della proprietà esaltano solo i pochi che salgono, mentre deprimono i molti che restano legati, spesso controvoglia, a funzioni ripetitive ed esecutive imposte dall’alto. La rivoluzione portata dalla società della cura farà sì che ognuno dia il meglio di sé, all’interno di contesti lavorativi motivanti, dove ognuno, anche nelle mansioni più umili, possa sentire l’orgoglio di esssere un membro attivo, partecipe e ascoltato della comunità.

Non sappiamo ora dove la “società della cura” ci porterà. Il riscaldamento climatico si fa sentire sempre più minaccioso. Soffiano venti di guerra. Ma oggi siamo più forti, perché sappiamo ciò che vogliamo, espresso finalmente con sole 3 parole che tutti possono capire.

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