Per una economia politica della decrescita

Proponiamo la trascrizione dell’intervento di Stefania Barca, che non è potuta essere fisicamente presente al Venice Climate Camp nella plenaria “Economie, ecologie e cura“. La Barca parte dalla necessità di cambiare il modo in cui parliamo di economia, che definisce come un mostro sacro a cui vengono sacrificate vite come la pandemia ci ha reso evidente. Dal suo punto di vista bisogna eliminare una volta per tutte la deferenza che si ha verso quelle cose che non capiamo bene come funzionano ma che sappiamo governano le nostre vite, le cose a cui dobbiamo sottometterci che poi a guardarle bene non sono “cose” ma relazioni, sono rapporti di potere.

L’economia è un ordine politico che riflette un ordine geopolitico mondiale, quello del post ’45, in cui la crescita del PIL diventa la misura quasi incontestata del benessere nelle economie capitaliste. Misura che viene adottata dalle Nazioni unite come criterio universale di valutazione delle politiche economiche.

Questo discorso economico è quello che Mark Fisher chiamò il realismo capitalista, quella atmosfera tangibile diffusa che avvolge tutto e che ci fa credere che non ci siano alternative. L’idea che la crescita del PIL, e il capitalismo in generale, sia l’unico sistema realistico e che il discorso economico ci deve salvare dall’illusione che esistono alternative.

I limiti ecologici di questa economia politica della crescita del PIL erano già divenuti chiari nei primi anni ’70, all’epoca del rapporto del Club di Roma sui limiti alla crescita. Ovviamente quelle previsioni sono state ampiamente superate nella realtà, i dati sulla degradazione senza precedenti della Biosfera negli ultimi quattro/cinque decenni, in particolare nell’epoca storica che è stata chiamata “la grande accelerazione”, ci mostrano il fallimento dell’economia della crescita in termini di insostenibilità biofisica e ambientale.

Quel discorso ecologista è stato inglobato in un discorso egemonico sull’economia, ha perso la sua carica rivoluzionaria, di contestazione del sistema ed è diventato il discorso dominante sullo sviluppo sostenibile e sulla “crescita verde”.

Oggi si parla di limiti planetari Planetary Boundaries, ossia l’idea di definire gli spazi, i limiti entro cui questo sistema economico dominante, l’unico possibile secondo il discorso egemonico, si possa riprodurre – all’infinito- in sicurezza. Viviamo immersi in una nuova versione del discorso economico egemonico, un’atmosfera che possiamo chiamare di realismo eco-capitalista; dato che il capitalismo è l’unico sistema per creare benessere, l’obiettivo è quello di renderlo possibile entro i limiti della natura. L’obiettivo non è quello della scomparsa delle diseguaglianze sociali, delle diseguaglianze globali, l’abbattimento dei rapporti coloniali, patriarcali, ma soltanto la sostenibilità della crescita economica.

Se ci fermiamo ad un ecologismo di questo tipo, tecnico-manageriale, non riusciamo a verificare i limiti dell’economia della crescita, limiti che sono diventati evidenti con l’acuirsi delle diseguaglianze sociali su tutte le scale, l’allargarsi della forbice tra chi ha e chi non ha. L’attuale sistema economico, l’economia della crescita in versione neoliberista, si regge su questa forbice, si regge sulle differenziazioni, sulla competizione e sullo sfruttamento, senza queste cose non ci sarebbe la crescita economica. Queste cose ci vengono presentate come inevitabili, mali necessari a nutrire la macchina inesorabile dell’economia: se l’economia non cresce è l’abisso. 

Invece, dobbiamo renderci conto che le diseguaglianze segnalano il fallimento dell’economia di crescita dal punto di vista del benessere umano, non soltanto dell’ambiente. L’aumento delle diseguaglianze ci dice che in questo tipo di economia c’è bisogno di lavorare sempre di più e con sempre minore valorizzazione per poter semplicemente restare in vita, per non affogare. Questa è stato il cambiamento che ha vissuto la mia generazione, in questa parte del mondo, e che è diventato la realtà diffusa per tutte le generazioni successive.

Altro che “fine del lavoro”. Quello che è finito sono piuttosto i diritti del lavoro. E insieme ai diritti anche la possibilità di realizzare le potenzialità umane e sociali attraverso il lavoro. Per questo la rivendicazione di un reddito universale di base, con tutte le sue contraddizioni, è diventata oggi sempre più importante.

Naturalmente tutto questo non è stato un processo storico incontestato, al contrario. La critica e le pratiche alternative ci hanno accompagnato per tutto il percorso. Hanno reso possibile tenere viva una resistenza al modello economico egemonico. Hanno dimostrato che esiste la resistenza del vivente, umano e non umano, contro il capitale. 

A me pare che oggi questa resistenza sia dimostrata in maniera chiara e forte dall’idea di decrescita. Un’idea che si declina ormai in forme nuove, femministe, decoloniali, anticapitaliste. Per decrescita si intende un percorso di liberazione dall’ideologia di crescita del PIL, una presa di coscienza dei suoi limiti come insuperabili e un rifiuto di sottomissione ai suoi imperativi. Dunque un percorso di cambiamento strutturale dell’organizzazione economica, in modo che i flussi di materia ed energia, l’estrazione di risorse e la loro dispersione in forma di rifiuto diminuiscano sempre di più, mentre aumenti al tempo stesso il benessere umano e non umano. 

Dal punto di vista teorico questo potrebbe essere il cardine di un’economia politica alternativa a quella della crescita, un’economia politica della decrescita. Un nuovo modello di pensare e programmare l’economia, a livello nazionale e globale, prendendo atto dell’insostenibilità sia ecologica che sociale della crescita. 

Ma attenzione, la decrescita non si regge solo sul presupposto dell’insostenibilità ecologica, altrimenti diventerebbe un discorso tecnico-manageriale come quello del Club di Roma e dello sviluppo sostenibile. E probabilmente il capitale, e sicuramente il patriarcato, il razzismo, lo specismo, troverebbero il modo di riprodursi in assenza di crescita del PIL. Per liberarci davvero dal sistema che ha prodotto la pandemia, la crisi climatica, tutte le ingiustizie, dobbiamo avere un piano, perché l’alternativa al modello economico egemonico possano affermarsi.

Per questo oggi in molti questo piano lo chiamano Green New Deal, una nuova versione del New Deal degli anni ’30, in cui gli obiettivi sono diventati tre: sostenere la crescita, ma anche permettere la riconversione ecologica e la riduzione delle diseguaglianze. Il problema è che questi tre obiettivi non sono compatibili. Non solo la crescita immateriale, che non consumi risorse e non produca rifiuti, è una chimera, ma la globalizzazione competitiva ha reso impossibile una produzione senza sfruttamento. 

L’obiettivo della crescita deve essere abbandonato, non ne abbiamo bisogno e ci impedisce di raggiungere gli altri due obiettivi. Dunque il Green New Deal deve andare oltre i limiti del New Deal, i limiti delle politiche keynesiane della piena occupazione di tipo industriale. Bisogna ripensare il significato di piena occupazione oggi in termini di cura, o meglio di cura del comune. Cioè cura delle relazioni di interdipendenza tra gli esseri umani, tra questi e il mondo vivente e con l’ambiente biofisico.

Abbiamo bisogno di cura. Una cura estesa dall’ambiente domestico a quello sociale e ambientale, come nuova dimensione della piena occupazione. Ecco cosa piena occupazione deve diventare: questo è un lavoro ad alto valore sociale, davvero necessario per il benessere collettivo. C’è un lavoro immenso da fare per riconvertire l’economia verso l’abbattimento delle emissioni, la riconversione, abbiamo bisogno di energie, di competenze e creatività di tutti. Non si tratta solo di passare ad energie pulite, ma di ripensare alla produzione del cibo, dall’agricoltura alla pesca all’allevamento, di ridisegnare tutte le attività di produzione dei beni. 

Non c’è mai stata una sfida più colossale all’organizzazione sociale ed economica di questa, anche perché oggi la sfida è globale. Per affrontare questa sfida in modo radicale e democratico un primo passo fondamentale è quello di eliminare il ricatto occupazionale una volta per tutte. Quindi piena occupazione deve significare che tutti e tutte dobbiamo poter contribuire con il nostro lavoro alla transizione giusta, e a questo contributo vanno riconosciuti, remunerati e attribuiti pieni diritti: un reddito garantito, un reddito di cura e un reddito indiretto, per esempio con l’accesso alla casa, al trasporto pubblico, alla sanità pubblica degna di questo nome etc.

Insomma è tempo di riconoscere il lavoro di cura come cardine del sistema economico, forma di lavoro attraverso cui l’uomo si possa realizzare come essere umano in modo vero e concreto; non attraverso la separazione dalla natura e il dominio tecnologico, ma con il riconoscimento di un’interdipendenza col mondo naturale un interspecies being, rivedendo un vecchio termine marxiano. L’essere umano che realizza le potenzialità della sua specie, la sua specificità – potremmo dire – attraverso una relazione non estrattiva ma di commoning, di comunanza e non di sfruttamento e degrado del mondo naturale, di comunanza e rispetto verso i suoi simili, con le altre specie e con l’ambiente che supporta tutti e tutte.

Perché questa forma più avanzata di realizzazione umana interspecie possa realizzarsi in pieno c’è bisogno di socializzare la cura, metterla al centro dell’economia politica, c’è bisogno di un sistema di valorizzazione capace di riconoscere e compensare materialmente il lavoro di cura con un riconoscimento formale, ma anche materiale, visto dal punto di vista dei 2/3 della popolazione mondiale. L’emancipazione sociale passa ancora dal miglioramento delle condizioni di esistenza per la liberazione dai carichi di lavoro sovraumani e la schiavitù, perché il lavoro di cura non retribuito è schiavitù, non ci dimentichiamo.

Come retribuire la cura? È una domanda a cui diverse risposte sono possibili, ma è una domanda da porsi collettivamente all’interno dei movimenti e di lotte contro il capitale,l’estrattivismo, il razzismo, l’eteropatriarcato, il colonialismo e la tirannia della crescita. Lotte che già esistono e che possono convergere verso una lotta unitaria più forte ed efficace in difesa del vivente.

Le risposte possono essere diverse, contestuali, collegate dalla conoscenza e dallo scambio di esperienze, idee, prassi, a livello internazionale. Insomma, sono convinta che la rivendicazione di un reddito di cura ha un potenziale enorme per rivoluzionare il sistema, per salvare il mondo cambiandolo: si tratta di lavorarci collettivamente e far venire fuori il potenziale.

C’è bisogno di un’internazionale ecosocialista in cui convergano soggettività e lotta di classe, transfemministe, antirazziste e antispeciste, tutte quelle lotte che resistono all’estrazione di valore per mezzo di diseguaglianze, di sfruttamento e al degrado dell’ambiente. Chiamiamola un’internazionale delle forze di riproduzione. Questa internazionale non esiste ancora, ma “in un giorno di calma possiamo sentirla respirare”. C’è un sacco di lavoro da fare, siamo ancora all’inizio.

Come scriveva Silvia Federici la riproduzione è il “punto zero” della rivoluzione quella che, se presa sul serio, consente di rovesciare tutto. Ma questo non significa che siamo a zero. Lottiamo sulle spalle di gigantesse che non sono persone singole, ma masse e movimento in tutto il mondo, come il movimento transfemminista, il movimento per la giustizia climatica, quello zapatista e curdo. 

Il momento di rovesciare l’economia è arrivato, se non ora, quando?

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