Stati Uniti: la voce del contraccolpo bianco

Non si placano gli scandali e le polemiche indirizzate alla Casa Bianca guidata dal quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Colpo su colpo, il tycoon si difende mischiando tra loro disinformazione e il più classico dei repertori reazionari del conservatorismo americano (e non solo). Alla ribellione incessante delle persone nere e latine degli ultimi mesi che invade le città; alle pesanti accuse per molestia e violenza sessuale; alle indagini sulle ingerenze russe nella prima candidatura e al depistaggio istituzionale; alla disastrosa gestione della pandemia mascherata da successo; si aggiungono le critiche alle misure statali e federali dei repubblicani per impedire il voto per posta il prossimo 3 novembre, pensato per evitare assembramenti e permettere alle persone in difficoltà sanitaria o logistica di votare, in quella che sembra essere un’ostruzione non velata del voto giovane e nero.

Per non parlare, inoltre, del fuoco amico o ex amico. In un recente libro del suo precedente avvocato, Michael Cohen, sono contenuti dettagli di conversazioni in cui Trump non risparmia esternazioni razziste. In un altro libro, il giornalista del Watergate Woodward rivela che il Presidente era a conoscenza della morbilità e mortalità del Covid-19, ma decise di minimizzarne la pericolosità nella comunicazione istituzionale per non creare panico. Infine, delle informazioni sulle dinamiche familiari sono trapelate al pubblico, dando l’immagine di una famiglia carica di tensioni – soprattutto tra la figlia Ivanka, braccio destro del padre, e la moglie Melania – per ottenere un posto di rilievo nell’entourage del Presidente. Un dato non di poco conto, se consideriamo che Trump sta scommettendo sulla continuità del potere politico conquistato ben oltre il secondo mandato, cercando eredi alla presidenza tra i suoi figli o piazzando persone fidate in ruoli tattici tra le varie istituzioni.

Lo scenario non è dei migliori per i repubblicani, tanto più che i sondaggi danno i democratici in vantaggio di alcuni punti percentuali. Nel tentativo di assicurarsi una seconda vittoria elettorale e tramutare il suo impero economico in uno stabile potentato dinastico, Trump si è rivelato più che disposto a mettere in secondo piano il consueto arsenale populista e tornare all’ovile delle vecchie – anche perché risalenti a decenni, se non secoli, fa – retoriche repubblicane. Dobbiamo dunque dare merito a Black Lives Matter, alle organizzazioni antifasciste e ai movimenti femministi dal basso per aver costretto il Presidente, tra le altre cose, a esprimere senza giri di parole la sua adesione a un mondo pervaso da gerarchie razziste, sessiste e classiste.

Dal “popolo” ai suprematisti, la via è breve

Non che per molti e molte ci fossero dubbi nel 2015, quando l’affermato magnate dell’edilizia di lusso decise di gareggiare per le primarie del GOP, ma la sua precedente campagna elettorale colse lo spirito del tempo, basando il nucleo forte degli argomenti politici sul binomio antitetico the people vs. the elite. Tutto il contrario di un significante vuoto, quel “the people”, a dispetto dell’apparenza universale e astratta, celava che i meritevoli di far parte del popolo statunitense, nato e moltiplicato dal sudore dei puritani giunti alla conquista delle frontiere (e degli altri popoli) del Nuovo Mondo, erano soltanto gli eroi del sogno americano infranto, imperniato sulla famiglia eterosessuale dell’uomo bianco agiato che si fa da solo grazie alla sua arte imprenditoriale. Il resto degli abitanti degli Stati Uniti poteva ambire, al massimo, allo scantinato della grande casa delle libertà americana; il che, tradotto, significava stare al proprio posto di subalternità, mentre i gruppi dominanti accaparrano ricchezza e potere ai piani alti.

Ma all’epoca non si poteva dire troppo apertamente, perché Trump doveva essere il candidato di tutti e tutte, e, fino a qualche tempo fa, il Presidente dell’intera cittadinanza americana. Non per niente, la prima risposta della base elettorale di Trump a Black Lives Matter fu All Lives Matter: goffamente a supporto dei diritti umani di tutti/e, la trovata dei gruppi di destra estrema puzzava già di suprematismo bianco nell’istante in cui fu lanciata sui social network.

Adesso, i singoli suprematisti e le organizzazioni patriottiche – leggasi fasciste e razziste – possono risparmiarsi il disturbo di sembrare democratici, aggredendo le manifestazioni antirazziste e sparando sui partecipanti. Trump, dal canto suo, può liberamente lodare una coppia di bianchi uscita sul portico di casa e armata di fucili per minacciare il corteo di Black Lives Matter a St. Louis, al punto da invitarla alla Convention repubblicana il 24 agosto per tutelare il «God-given right to defend property». Similmente, il Presidente si sente in dovere di addurre scusanti per un fatto ancora più grave, cioè l’omicidio di tre partecipanti alle proteste contro la polizia e il razzismo sistemico avvenuto il 25 agosto, scatenate dal brutale episodio in cui l’ennesimo agente di polizia bianco spara ben sette colpi di pistola su un inerme Jacob Blake (afroamericano), per mano del diciassettenne Kyle Rittenhouse, munito di un fucile AR-15.

Secondo Trump, d’altronde, se Rittenhouse non avesse aperto il fuoco, sarebbe probabilmente morto; poco importa che abbia viaggiato dall’Illinois a Kenosha (Wisconsin) brandendo il suo fucile, nel chiaro intento di affiancare gli agenti della polizia locale nella repressione dei movimenti per la giustizia sociale. Lo slogan Blue Lives Matter (“Le vite delle divise blu hanno valore”, un altro simbolo dell’esplicito spostamento sulla destra estrema del lessico politico oltre i richiami astratti) gli ha conferito un lasciapassare di fronte agli stessi poliziotti, che non gli hanno sequestrato il fucile, fornendogli, anzi, delle bottigliette d’acqua per dissetarsi mentre montava il turno di “pattuglia patriottica”. Neanche l’ombra del pericolo di morte, dunque, per un ragazzo armato fino ai denti, circondato dalla polizia e arrivato a Kenosha di proposito, così come i video girati in rete non mostrano alcun tentativo di aggressione contro di lui da parte dei manifestanti. Eppure, se non è stata legittima difesa, sarà stata una qualche stupidata da adolescente, dichiara candidamente Donald Trump Jr., primogenito del Presidente. Perché tutti fanno cose stupide a diciassette anni, tra cui, secondo il suo ragionamento, sparare sulla folla e uccidere due persone.

Entrambe le dichiarazioni quale base elettorale ricerchi il Partito Repubblicano in risposta alla “seconda ondata” di mobilitazioni antirazziste originata dall’omicidio di George Floyd.

Il vecchio/nuovo nemico interno

Proprio negli stessi giorni delle vicende di Kenosha, alla Convention repubblicana durante la quale Trump e Mike Pence hanno ottenuto la nomina alla candidatura rispettivamente per la presidenza e vicepresidenza, il pubblico statunitense e globale ha potuto assistere alla svolta nella strategia elettorale del GOP. Situata principalmente tra Charlotte e Washington, precisamente alla Casa Bianca, la Convention ha puntato i riflettori su Trump, la sua famiglia e i collaboratori più stretti. In particolare, nel suo Acceptance Speech, il tycoon è riuscito a dilatare a dismisura il suo ego, condito di punte narcisistiche e megalomani come quando si è dichiarato il Presidente che «ha fatto di più per la comunità afroamericana dai tempi di Abraham Lincoln».

Pose plastiche per farsi immortalare mentre bilanciava pause teatrali e parole chiave, sullo sfondo un plotone di bandiere a stelle e strisce (quasi non si fosse capito di essere alla Casa Bianca), davanti a lui i delegati repubblicani, la cui stragrande maggioranza sedeva a distanza ravvicinata senza mascherina: per più di un’ora, Trump ha elogiato gli ultimi quattro anni della presidenza, inclusa la gestione della pandemia, sferzando affondi contro l’avversario Joe Biden. Le parole più ricorrenti, ripetute fino all’ossessione? Oltre alla Cina untrice – a onor del vero per Trump il nemico esterno dal 2015 – che ha propagato il Coronavirus nel resto del mondo, abbiamo «mob rule», «anarchy», «anarchists», «left-wing radicals», «marxists», «socialists», «agitators», «criminals», «looters», «riots». Non più l’élite responsabile della crisi del 2008 e dell’impoverimento degli statunitensi: è questa generica sinistra radicale, parlamentare e di movimento, a costituire il nemico interno, come ai tempi di Nixon o di Reagan.

Ne emerge che, agli occhi del candidato repubblicano, la forza di opposizione più pericolosa per la tenuta del suo progetto di Paese, e quindi delle gerarchie economiche e sociali, sono i movimenti e coloro che ne prendono le parti nelle istituzioni.  L’agitazione permanente di piazza degli ultimi mesi contro il razzismo sistemico e le violenze della polizia, incrociati con l’ingiustizia sociale dovuta all’assenza di cure sanitarie per i gruppi razzializzati e le classi subalterne, ha piantato le radici nelle città e sobborghi degli Stati Uniti talmente in profondità da aver diviso la società lunga la linea del colore (ma anche del genere e della classe).

Da una parte sta chi, con le dovute differenze interne ai movimenti, rivendica racial justice e riforme radicali, come il definanziamento della polizia e la ristrutturazione della giustizia penale, per sovvertire il sistema di potere bianco; dall’altra chi si aggrappa tenacemente a quel sistema nel terrore di perdere il suo privilegio – e, dunque, la sua stessa identità. Esistono ovviamente delle posizioni intermedie “annacquate”, come dimostra il Partito Democratico a guida Biden; ma, di fondo, ci sono due concezioni politiche che si scontrano: eguaglianza e giustizia vs. ineguaglianza e ingiustizia. Nella politicizzazione di massa attorno a questo asse, come è possibile, per il Presidente, non schierarsi apertamente, rinunciando alle invocazioni di un popolo indistinto? Testimoni i due episodi citati sopra, Trump sceglie pubblicamente di non contattare i familiari e lo stesso Jacob Blake, preferendo giustificare un omicida suprematista. Ecco spiegati i soggetti di riferimento del discorso di accettazione e della campagna elettorale repubblicana: i «patriots», gli «American flag heroes», le istituzioni americane preposte al «law and order».

L’impressione è che, per ampliare il consenso e rimanere nello Studio Ovale, Trump faccia esplicitamente ricorso al risentimento bianco e al terrore proprietario. A cosa mirerebbe il «radical movement» nero e marxista, se non ad attentare alla sicurezza e ai diritti dei cittadini e delle cittadine? Basta osservare i mezzi utilizzati dai movimenti, cioè la repressione della libertà di parola e lo smantellamento della proprietà, per palesare questo fine. Proviamo a immedesimarci nel punto di vista della galassia conservatrice e suprematista.

Sul primo punto, gli «agitatori» vorrebbe imporre la «cancel culture» per impedire a chiunque di esprimere la sua opinione anticonformista – tradotto, di diffondere hate speech contro le minoranze – e tirare giù le statue degli schiavisti americani, un affronto alla «grande storia americana». Sul secondo, vi sono le prove palesi che i movimenti sociali abbiano l’obiettivo di cancellare il secondo emendamento sul possesso di armi; di eliminare il diritto di scelta dei cittadini (ricchi e perlopiù bianchi) all’istruzione universitaria di eccellenza (privata), con l’ “assurda” rivendicazione dell’università pubblica, di qualità e accessibile a tutti e tutte; di abbattere il muro alla frontiera con il Messico e rendere pubblico e gratuito il sistema sanitario, per curare anche i e le migranti, accolti nelle città «santuario», e togliere risorse ai “veri” cittadini/e; di distruggere l’equilibrio dei sobborghi attraverso la costruzione di case popolari e di appartamenti a un prezzo più equo, il che porterebbe insicurezza nei quartieri bianchi e benestanti per la presenza di corpi poveri (non bianchi) naturalmente atti a delinquere in queste zone; di definanziare e ristrutturare i dipartimenti di polizia, il cui effetto sarebbe un aumento smisurato della criminalità (e quindi un nuovo pericolo per la proprietà); di permettere la strage degli e delle «unborn Americans», promuovendo i diritti riproduttivi delle donne.

Se si lasciasse carta bianca a questi sovversivi folli, cosa accadrebbe al duro lavoro svolto dagli onesti cittadini americani per vivere la vita dei loro sogni? Sarebbe distrutto, ogni certezza affogata nel mare caotico su cui sguazzano gli anarchici e i marxisti. Perché è così che Trump e i suoi sostenitori vedono i movimenti radicalmente democratici, antirazzisti e anticapitalisti: qualsiasi forza sociale sia orientata alla costruzione di una società dove non esistono privilegi e monopoli di potere fondati su class, razza e genere, vuole un mondo «sottosopra» in cui regna il disordine, il libero arbitrio sfrenato, la violenza, il furto; in cui non si può stabilire, in poche parole, ciò che è “mio” in quanto uomo, bianco e ricco e ciò che è “tuo” in quanto nero e povero, perché siamo uguali.  Quello che si vuole far passare è che non è possibile alcuna realtà diversa dal presente, a meno che non si voglia incorrere nel caos generalizzato dove nessuna persona è al sicuro. La sinistra radicale, infatti, è tutt’uno con la folla («mob») che conduce le rivolte («riots») urbane degli ultimi mesi. Quale soggetto è più incontrollabile di un ammasso indistinto di persone, per la maggior parte con la pelle nera?

L’estremismo dei democratici (malgrado loro)

Dall’obsoleta cassetta degli attrezzi trita e ritrita (ma non per questo meno pericolosa) di Trump esce senza alcuna sorpresa l’estremizzazione delle idee del concorrente democratico. A chi sta dentro i movimenti e all’opinione pubblica più o meno progressista non risulta difficile capire la sostanziale differenza tra il programma di Joe Biden-Kamala Harris e la piattaforma rivendicativa di Black Lives Matter, dei collettivi ecologisti, antifascisti e femministi. Tuttavia, Trump mette in bocca ai candidati democratici delle posizioni che non gli appartengono, prime tra tutte il ripensamento alla radice della polizia e la sanità pubblica universale, gettando in unico calderone il programma di Biden, quello di Sanders (il «Bernie Manifesto») e le piattaforme dei movimenti.

Il terrore bianco e agiato ottiene, in questo modo, una cassa di risonanza: se vincono i democratici, vince anche la «mob» e, di conseguenza, il caos. «America will be Portland», sostiene Trump, cioè farà la fine di una città, guarda caso a governo democratico, dove i movimenti sociali sono molto presenti nella scena urbana. Un ulteriore esempio, questo, del cambiamento del discorso politico di Trump, poiché il paragone negativo nella sfida contro Hillary Clinton del 2016 era Detroit, massima rappresentazione della depressione economica successiva al tracollo finanziario del 2007-8. Da ricordare che la crisi della borsa, per come veniva narrata da Trump, aveva colpito l’intero popolo americano, soggiogato dalle élite, senza alcuna distinzione interna. Adesso, il termine negativo del discorso repubblicano è la città dove una pluralità di collettivi e associazioni si rivolta contro l’oppressione suprematista e sociale perpetrata da una parte della cittadinanza nei confronti di un’altra. Si cerca, ancora, una volta, la divisione e non l’unità.

È chiaro che la scommessa del GOP gioca sul contraccolpo bianco [whitelash], cavallo di battaglia agitato da Trump nella speranza – ben riposta – di mobilitare le organizzazioni patriottico-razziste in suo sostegno. Di più: d’ora in avanti dedicherà i suoi sforzi politici a risvegliare la coscienza bianca moderata, sempre più restia a sostenere le proteste della comunità afroamericana a seguito dell’innalzamento del conflitto e delle pratiche radicali di piazza. La buona morale bianca, infatti, invita pure a scendere in piazza per l’eguaglianza, purché in modo ordinato e nel rispetto delle stesse istituzioni che riproducono il sistema razzista, le quali, alla fin fine, non devono essere completamente sovvertite, pena la rinuncia al proprio orizzonte di possibilità pieno di vantaggi personali.

Riuscirà Trump a imporre la sua agenda di estrema destra, facendo leva sullo swing delle persone bianche? Per rispondere alla domanda, dobbiamo chiedere agli e alle elettrici americane, ma anche a noi: sappiamo pensarci senza un’identità (con annessi privilegi e libertà) che schiaccia, marginalizza, uccide chi non è bianco/a per definirsi?

Condividi questo contenuto...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *