In Colombia un massacro senza fine

«Basta, per favore», sono le ultime parole di Javier Ordoñez, avvocato 46enne di Bogotá e padre di due figli, prima di essere vigliaccamente ucciso da due agenti di polizia la mattina di mercoledì 9 settembre. L’assassinio di Javier ha scatenato la rabbia popolare in tutto paese: da quasi una settimana infatti, migliaia di persone scendono in piazza quotidianamente per protestare contro la violenza e gli abusi delle forze armate che, con la protezione politica agiscono indisturbati e in totale impunità.

L’indignazione per l’assassinio di Javier Ordoñez è partito dal video, divenuto virale in rete, che riprende il momento dell’aggressione all’avvocato, gettato brutalmente a terra da due agenti e colpito più volte con la pistola taser nonostante le suppliche della vittima di smetterla. Al pari dell’assassinio di George Floyd negli Stati Uniti, l’indignazione “virtuale” sostenuta dagli hashtag #ColombiaLivesMatter, #NosEstánMasacrando e #JavierNoMurióAJavierLoMataron, si è poi riversata nelle strade con il lancio di numerosi presidi e cacerolazos a Bogotà e in altre città del paese tra le quali Ibagué, Cali, Neiva, Medellín, Barranquilla, Pitalito, Bucaramanga, Pereira, Tunja, Popayán. 

Nella capitale i manifestanti si sono dati appuntamento davanti al CAI, “Comandos de Acción Inmediata” (avamposti di quartiere della polizia), di Villa Luz dove Ordoñez era stato trasportato ancora in vita e dove sarebbe stato ripetutamente picchiato dagli agenti fino a provocarne la morte. Con il passare delle ore altri 22 CAI sono stati presi di mira dalla rabbia dei manifestanti stanchi degli abusi e delle violenze della polizia e delle innumerevoli violazioni dei diritti umani. Le forze armate hanno reagito ancora una volta con violenza, assassinando altre sette persone, cinque a Bogotà e due a Soacha (Cundinamarca), quasi tutti giovanissimi. Numerose sono state le denunce e le immagini diffuse in rete di violazioni e abusi da parte delle forze armate durante gli scontri durati tutta la notte. Il bollettino ufficiale parla di oltre 250 feriti di cui oltre 50 da arma da fuoco e altre 50 persone, almeno, arrestate. D’altra parte la rabbia e l’indignazione popolare esplosa così spontaneamente ha provocato l’incendio di numerosi CAI.

La mattina seguente, il Ministro della Difesa Carlos Holmes Trujillo ha dichiarato che i due responsabili dell’assassinio di Javier Ordoñez saranno puniti. A preoccupare è però la decisione, sempre del ministro, di militarizzare la città con l’invio di ulteriori 2000 uomini per tenere a bada le manifestazioni di rabbia e di protesta. Sulla stessa lunghezza d’onda anche la sindaca della città Claudia López, speranza del progressismo colombiano, che pur condannando duramente le violenze e gli abusi delle forze armate ha trovato il modo di criticare anche le giuste espressioni di rabbia da parte della popolazione, comparando gli innumerevoli abusi e crimini da parte delle forze armate alle “violenze di alcuni manifestanti” che hanno dato alle fiamme i CAI. Non si è fatta mancare nemmeno la visita in ospedale agli “eroi in divisa” rimasti feriti durante la notte di violenze provocate proprio dalle forze armate. Non solo, il giorno seguente la sindaca ha pure lanciato un appello alla cittadinanza a rimanere in casa e a non partecipare alle numerose marce lanciate contro le violenze poliziesche. Le istituzioni, vista l’incredibile ondata di proteste, ha utilizzato poi la carte della propaganda mainstream per cercare di arginare una protesta diventata fuori controllo: nei maggiori quotidiani del paese si moltiplicano le immagini delle “violenze” dei manifestanti che avrebbero incendiato gli autobus TransMilenio del trasporto urbano, i CAI provocando danni “incalcolabili” all’economia colombiana. Il tutto con il supporto di dichiarazioni politiche come quella della sindaca López che, pur condannando le “mele marce” nelle forze dell’ordine sottolineano e condannano costantemente le “violenze” commesse dalla popolazione, quasi a voler giustificare gli interventi sempre più duri e repressivi delle stesse forze di polizia.

Le manifestazioni sono ripartite infatti anche il giorno seguente: imponente la marcia di migliaia di giovani a Cucúta mentre a Bogotá fin dalle prime ore del pomeriggio l’imponente schieramento di forze armate è intervenuto per reprimere violentemente le proteste ancora una volta sparando contro i manifestanti e ha causato numerosi feriti e arresti. A sei giorni dall’assassinio di Javier Ordoñez, sono centinaia i feriti, gli arresti e le denunce di violazioni dei diritti umani e abusi da parte delle forze armate: non ci sono dati certi al momento ma si parla di oltre 400 feriti e sarebbero almeno 12 le vittime della repressione militare in tutto il paese. Numerosi collettivi femministi hanno inoltre denunciato gli abusi e le violenze subite dalle donne fermate e arrestate all’interno dei commissariati di polizia. I manifestanti chiedono le dimissioni del Ministro della Difesa Carlos Holmes Trujillo, considerato il responsabile delle violenze della polizia nei confronti dei cittadini e anche del clima di terrore che sta generando massacri su massacri di cittadini inermi. Domenica la sindaca Claudia López ha provato nuovamente a placare gli animi chiedendo ufficialmente scusa ai colombiani per le violenze delle forze armate di questi anni. Ma solo qualche ora dopo, la ESMAD era di nuovo nelle strade a reprimere con forza spropositata le legittime manifestazioni, in particolare sgomberando Plaza de Bólivar a Bogotá dove numerosi video di denuncia mostrano gli agenti sparando ad altezza uomo, compiendo arresti arbitrari e massacrando di botte chiunque finisse sotto tiro. 

Il “masacre de Bogotà” si inserisce in un quadro generale drammatico: dalla firma dell’accordo di pace tra lo Stato e le FARC del novembre 2016 sono riprese con forza le operazioni paramilitari, soprattutto in quei territori lasciati incustoditi dalla guerriglia. La Colombia è sempre ai primi posti nei report delle organizzazioni di difesa dei diritti umani, come Frontline Defenders e Human Righs Watch, come numero di vittime di leader indigeni o difensori dei dell’ambiente assassinati. Dall’11 gennaio al 22 agosto inoltre sono stati registrati 43 massacri (ma ad oggi si contano 56 massacri registrati) che hanno provocato 181 vittime, di cui moltissimi giovani e addirittura minori. Un quadro generale in cui persino l’ONU ha i suoi scheletri nell’armadio come dimostra la triste vicenda che ha portato all’assassinio del cooperante italiano Mario Paciolla. A questo si aggiunge una situazione sanitaria disastrosa, con il paese che risulta tra i più colpiti dalla pandemia, con 716 mila persone contagiate e oltre 23 mila vittime. Pandemia che ha provocato di conseguenza una crisi economica spaventosa che ha colpito naturalmente i settori più poveri della popolazione, abbandonati e aggrediti da uno stato che di democratico ha davvero poco o nulla. 

Pic Credit: Javier Jimenez

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