Mangiarsi la montagna più ricca del mondo

Esistono migliaia di storie individuali di esperienze collettive che ignoriamo quasi completamente. Esistono protagonisti senza nome sparsi in diverse parti del mondo, seminati in diversi momenti storici, tutti però accumunati dal vivere sulla propria pelle oppressioni e lotte che noi in genere ascoltiamo o leggiamo distrattamente sui media, ma che per loro sono realtà concretissime. Questa serie di racconti brevi ci trascina nel mondo quotidiano di queste persone e, attraverso i loro ricordi, frammentati e incompleti come quelli di tutti, ci permette di ricostruire la loro storia e di approfondire contesti lontani dalla nostra conoscenza diretta. La seconda puntata della rubrica “Suture”- che uscirà ogni giovedì alle 12.30, a cura di Valeria Andreolli.

Continui a picconare con un’ostinazione degna di ammirazione. Nella speranza, forte e vivissima, di trovare del minerale, meglio se puro, meglio se argento. Ma l’argento se lo sono portato via praticamente tutto gli spagnoli. L’argento che qualche secolo fa se ne stava nascosto al riparo nella roccia del Cerro Rico, la montagna ricca, e che oggi ha preso diecimila forme diverse ed è sparso in tutto il mondo. Gli spagnoli ti han lasciato, a te, alla tua gente, solo briciole di zinco, di piombo, di stagno. Sempre più difficili da trovare, sempre più piccole.

Adesso ti fermi un attimo, sei fradicio di sudore e l’elmetto con la lanterna che porti in testa ti scivola sugli occhi. Ti frughi nelle tasche della giacca impermeabile con le mani sporche, è ora di cambiare la dose di foglie di coca con cui ti riempi la bocca, che pulisci sbrigativamente della nervatura centrale e te le spingi nella guancia, una dopo l’altra con l’aiuto della lejìa, che ne velocizza l’effetto. La coca ti uccide la fame e la fatica, ti dà la forza fisica per picconare dieci ore di fila senza uscire dal buio della miniera, ti tiene compagnia, ti ricaccia indietro il sonno, che è un pericolo mortale perché se ti addormenti El Tìo, la divinità antropomorfa che vive dentro al Cerro, che comanda laddove Dio non vede, ti ruba l’anima, compie la sua vendetta, ti mangia esattamente come tu ti stai mangiando il suo regno, con ogni tua picconata, con ogni tua esplosione di dinamite per aprirti nuovi varchi nella sua casa. Per questo quando sei nella miniera ti senti sempre carico di senso di colpa, ti senti sempre come l’ospite non gradito. Però nella miniera bisogna continuare a starci, perché è il lavoro che tuo padre ti ha insegnato prima di morire lo scorso inverno, di silicosi, come un po’ tutti. Tua madre ha pianto per due giorni, poi è tornata al mercato a vendere spremute di arancia. Lei in realtà la miniera l’ha sempre odiata, s’è sempre rifiutata di stare sull’uscio delle bocche del Cerro a smistare gli scarti alla ricerca di ulteriori briciole di minerale, come fanno tante mogli. Però la città non offre molti altri sbocchi e poi quando non sei in miniera, quando cammini per le vie trafficate di Potosí, ti prende la nostalgia. Ovunque tu vada ti senti l’imponente presenza del Cerro che vigila su di te, che ti tiene d’occhio, che vede ogni tuo eventuale tradimento. Per questo alla fine ritorni sempre, come l’amante pentito, come Ulisse richiamato dal canto delle Sirene. Ti rinfili l’elmetto, compri dinamite e sigarette al mercado campesino ed entri nel Cerro a cercare un fantoccio di quelli che avete costruito per El Tío. Vuoi fargli vedere che sei tornato, che sei di nuovo qui e allo stesso tempo vuoi scusarti perché gli farai del male, perché lo picchierai e gli ruberai il sangue dalle vene. Lo cospargi di foglie di coca e gli accendi la sigaretta che qualcun altro gli ha posto in bocca.

Meglio ricominciare a picconare che il tempo qua è un concetto mutevole e sterile. Ci sono momenti in cui ti estranei completamente dall’umidità del luogo, dalle polveri che impregnano l’aria, dai battiti regolari di qualche collega poco distante. Il gesto si fa meccanico ché comunque l’improvvisa scoperta di minerale ti ridesterebbe in un batter d’occhio. In quei momenti immagini di aver trovato una vena d’argento purissimo e ti vedi in una casa grandissima con tua madre ai fornelli, i tuoi fratelli più piccoli a giocare in giardino, il più grande a leggere il giornale sorseggiando caffè e tua sorella a tessere davanti all’uscio. Anche i tuoi pensieri di svago sono confinati all’interno dell’universo minerario, d’altronde nei tuoi vent’anni di vita non ti sei mai allontanato neanche minimamente da esso: sei cresciuto con i racconti di tuo padre sulla forza e il coraggio che servono per lavorare tutto il giorno in vicoli bui e sudici all’interno di un monte che stanno saccheggiando da cinquecento anni e uscire quando il sole se n’è già andato e inspirare a pieni polmoni l’aria fresca dei suoi 5mila metri di altitudine. Non riesci ad immaginare una vita, un futuro che non debba la sua realizzazione al Cerro Rico. È lui l’origine di tutto. È a lui che appartenevi ancora prima di venire al mondo e probabilmente sarà lui a toglierti l’ultimo respiro.

C’è un gruppo di turisti stranieri che si sta avvicinando. A loro devi dimostrare come lavori, devi raccontare quanto è duro e pericoloso e estenuante, devi suscitare in loro la stessa ammirazione che i racconti di tuo padre suscitavano in te da bambino. Ma come fare a parlar loro del sentimento intimo ed intrinsecamente contraddittorio che ti lega a quella montagna? Come descrivere loro dieci ore di sudore, buio e sforzi fisici? Come aprire il tuo universo quotidiano a persone che vivono in mondi tanti lontani e diversi? Forse è meglio ignorarli e continuare a picconare.

** Pic Credit: Dani Burgui Iguzkiza – Mineritos.

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