Il Hirak algerino tra confinamento, arresti e progetti di riforma costituzionale

«Il presidente aveva promesso un dialogo con il Hirak, ma si è accontentato di incontrare alcuni esponenti del movimento prima di bloccare le sue consultazioni. Inoltre, la situazione delle libertà individuali e collettive si è deteriorata dall’inizio del confinamento. Questa evoluzione è paradossale tenuto conto del suo deficit di legittimità». In questa intervista a Louisa Dris-Aït Hamadouche, politologa e docente alla facoltà di scienze politiche e relazioni internazionali dell’Università di Algeri, ripercorriamo gli sviluppi del movimento di protesta algerino. Prima dell’autosospensione della mobilitazione a causa della pandemia, per oltre un anno, a partire dal 22 febbraio 2019, milioni di algerini ed algerine hanno manifestato ogni venerdì per chiedere il rovesciamento del sistema di potere legato al vecchio regime, non fermandosi neanche dopo aver ottenuto le dimissioni dell’ex presidente Abdelaziz Bouteflika.

Dopo la sua elezione nel dicembre scorso, il neo-presidente Abdelmadjid Tebboune ha promesso che avrebbe dato ascolto alle richieste del movimento di protesta algerino [Hirak in arabo] instaurando con esso un dialogo costruttivo. Come giudicare il suo effettivo approccio al Hirak? Quali le richieste accolte e quali quelle rimaste inascoltate?

Globalmente, il bilancio delle promesse che il presidente a fatto durante la sua campagna e alla sera della sua vittoria elettorale suscita più domande di quanto non dia risposte. Ha liberato decine di detenuti in gennaio, ma da allora delle altre decine di militanti e cittadini sono stati convocati ed arrestati. Il presidente aveva promesso un dialogo con il Hirak, ma si è accontentato di incontrare alcuni esponenti del movimento prima di bloccare le sue consultazioni. Inoltre, la situazione delle libertà individuali e collettive si è deteriorata dall’inizio del confinamento dovuto alla crisi sanitaria. Questa evoluzione è paradossale poiché, tenuto conto del suo deficit di legittimità, tutto lasciava intendere che il nuovo presidente avrebbe piuttosto tentato di consolidare la sua autorità attraverso la cooptazione e il clientelismo, come aveva fatto il suo predecessore.

Che conseguenze hanno avuto sulla mobilitazione popolare la pandemia e il confinamento?

Bisogna sapere che è stato il movimento popolare stesso a decidere di sospendere i raduni e le manifestazioni per evitare una catastrofe sanitaria. Il Hirak ha annunciato il confinamento prima che lo facessero i poteri pubblici. Questo mostra una maturità cittadina importante. Da metà marzo, il sollevamento popolare continua però ad esprimersi sui social network come anche sul terreno della solidarietà: sostegno alle famiglie che hanno perso le loro entrate a causa del confinamento, realizzazione di mascherine, camici e gel idroalcolici, disinfestazione dei quartieri…

Le istituzioni, sia politiche che militari, hanno usato la pandemia per reprimere o depotenziare il Hirak e l’opinione pubblica?

Non credo ad una relazione di causa-effetto tra la repressione e la pandemia, nella misura in cui la repressione è cominciata già nel giugno scorso, raggiungendo un picco nelle settimane che hanno preceduto le elezioni presidenziali del dicembre 2019. Invece, il “silenzio” dovuto alla sospensione delle manifestazioni priva il sollevamento popolare di uno strumento di contestazione e di pressione, il che sembra, in apparenza, facilitare le misure repressive. Tuttavia, questi arresti sono denunciati sui social network dalle organizzazioni della società civile e dai partiti di opposizione.

Inoltre, il fatto che questi arresti si facciano in un contesto di tregua unilaterale del Hirak e di crisi sanitaria che esige uno slancio di solidarietà nazionale mette i poteri pubblici in una posizione moralmente condannabile e politicamente criticabile. La pandemia rischia infatti di accelerare e di aggravare una possibile crisi economica e sociale a breve e medio termine. Come fanno i governanti a suscitare la coesione nazionale necessaria per gestire le crisi a venire? La gestione securitaria della crisi politica non può che privare i governanti dei mezzi per affrontare le difficoltà future. Si tratta quindi di una gestione controproducente.

Il comitato incaricato dal presidente Tebboune di formulare delle proposte di riforma costituzionale ha prodotto un documento molto contestato nelle ultime settimane. Quali sono le questioni più dibattute e da chi vengono contestate?

Il progetto costituzionale è in effetti contestato nella forma e nel contenuto. Nella forma, la procedura è in linea con tutte le revisioni costituzionali precedenti, il che costituisce di per sé un’evenienza negativa. Al contrario, il sollevamento popolare reclama una procedura inclusiva che dia ai cittadini il diritto di partecipare, direttamente o indirettamente, all’elaborazione della legge fondamentale.

Nel contenuto, le modifiche attese [dal Hirak] riguardano in primo luogo il riequilibrio dei poteri attraverso la limitazione dei poteri del capo di stato. Ciò non è stato fatto, per ammissione dello stesso comitato di esperti [che hanno elaborato il progetto di riforma costituzionale]. Il capo di stato conserva dei poteri molto importanti che sconfinano sul potere giudiziario e legislativo. Quanto agli emendamenti che avrebbero potuto essere significativi, come il recupero della carica di capo di governo, sono stati svuotati del loro senso. Quest’ultimo infatti sarà designato dal capo di stato e non prodotto dalla maggioranza parlamentare.

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