Coronavirus e teorie del complotto. Un vademecum e una lezione su #QAnon

di Wu Ming

Da quando, nel febbraio 2020, in Italia e poi nel resto d’Europa e dell’Occidente è cominciata l’emergenza coronavirus, sempre più persone, sottoposte a un vero e proprio bombardamento mediatico, hanno concluso che i mezzi d’informazione mainstream erano inaffidabili. La narrazione predominante di quanto stava accadendo è stata giudicata incongrua, strumentale, capziosa, organica a poteri costituiti ed élites economiche non solo reticenti ma responsabili dello stato in cui la pandemia aveva trovato i nostri sistemi socioeconomici.

Per i movimenti anticapitalisti, quest’insoddisfazione diffusa – e fondata – nei confronti dell’establishment politico-mediatico è stata in gran parte un’occasione persa. Per vari motivi che non sono oggetto di quest’articolo, non sono stati loro, non siamo stati noi a intercettarla.

Più spesso, l’ha intercettata il cospirazionismo: il virus è stato prodotto in laboratorio e diffuso intenzionalmente dalla Cina, o dalla Russia, o da Soros, o da Bill Gates. Quest’ultimo manovra a piacimento l’OMS per «controllare il mondo coi vaccini». Anzi, no, il virus si è diffuso per colpa del 5G. Anzi, no, la pandemia è una creazione di una lobby satanista che in America controlla il «deep state». Ecc. ecc.

I complotti esistono, ma il capitalismo non è un Complotto

Lo abbiamo scritto tante volte: il cospirazionismo o complottismo è un grosso problema per chi vuole criticare il capitalismo a ragion veduta e in modo efficace. Lo «stile paranoico» del complottismo è un potente dispositivo retorico che incanala la rabbia sociale e le energie per un potenziale cambiamento verso narrazioni diversive e intrinsecamente reazionarie, incentrate su capri espiatori.

Un conto è dire che l’emergenza coronavirus è stata gestita con gli strumenti che nel frattempo il capitalismo aveva perfezionato: l’emergenza arriva dopo quarant’anni di policy e governance neoliberale, ne prolunga molti fili, ne aggrava le conseguenze, fa pagare tutto a chi già pagava, e i media – per come funzionano, per gli interessi che rappresentano, per gli assetti proprietari che ne plasmano l’orientamento – impongono narrazioni che fanno sembrare tutto ciò “naturale”. «Le idee dominanti non sono altro che l’espressione ideale dei rapporti materiali dominanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee» (Marx ed Engels, L’ideologia tedesca).

Ben altro paio di maniche è immaginare che quest’emergenza sia stata programmata in anticipo, che sia la messa in pratica di un Piano. Alcuni potenti si sarebbero messi intorno a un tavolo con grande anticipo e avrebbero detto: «Inventiamo una pandemia» o quantomeno «ecco come usare questa pandemia: facciamo X, Y e Z». Da qui discenderebbe un Piano coerentissimo, che ha previsto tutto, inesorabile e perfettamente messo in pratica dai poteri costituiti.

A sostegno di tale visione, si dice che «questa pandemia era già stata prevista». È lo stratagemma n.1 elencato da Arthur Schopenhauer nel suo L’arte di ottenere ragione: «portare un’affermazione […] al di fuori dei suoi limiti naturali, interpretarla nella maniera più generale possibile, prenderla nel senso più ampio possibile ed esagerarla».

È vero, gli addetti ai lavori sapevano che prima o poi ci sarebbe stata una nuova pandemia, «Animal Infections and The Next Human Pandemic» è addirittura il sottotitolo originale del libro Spillover di David Quammen, uscito nel 2012. Tuttavia, nessuno poteva conoscere in anticipo la morfologia del virus, l’eziologia del Covid-19, le rotte esatte del contagio e il calendario della sua diffusione.

Narrazioni come questa descrivono il capitalismo in modo caricaturale, come un sistema che dipende in gran parte dalla volontà dei membri di una casta, ma il capitalismo non è questo, è un modo di produzione che ha le sue logiche di fondo, i suoi automatismi e meccanismi oggettivi. Non si è affermato per una congiura di chicchessia, ma dopo una plurisecolare evoluzione storica, e funziona senza che la classe dominante debba o possa prevedere e orchestrare tutto.

Che esistano strategie capitalistiche è ovvio, e che alcuni complotti anche vasti siano esistiti ed esistano è assodato. Gli esempi che saltano alla mente sono la strategia della tensione, il complotto di Nixon che portò al Watergate, le trame della P2, e addirittura – torsione di cui si sono occupati in modi diversi Umberto Eco e Carlo Ginzburg – un complotto per far credere che esistesse un Grande Complotto: la fabbricazione dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion da parte dell’Okhrana, la polizia segreta zarista.
In fondo l’esistenza di questi servizi di intelligence non è altro che un’istituzionalizzazione del complottare.

A ben vedere, un complotto è qualcosa di molto semplice: se ne ha uno ogni volta che più persone si mettono d’accordo per perseguire il proprio interesse a scapito di altre, all’insaputa di queste ultime.

Dunque, non si tratta di negare tout court l’esistenza dei complotti, sarebbe assurdo. Si tratta di capire come disinnescare il cospirazionismo, forma mentis che non solo vede la logica del complotto all’opera in ogni ambito, ma mette un Grande Complotto al centro del funzionamento del sistema, esagerando il ruolo della volontà nella storia – per giunta, una Volontà che tutto prevede e tutto ottiene – e immaginando cabale o supercaste pressoché onnipotenti.

Sulla distinzione tra i complotti reali – localizzati, imperfetti, contraddittori, “a scadenza” – e il Complotto immaginato dal complottismo – perfetto, coerentissimo, profetico, tentacolarissimo, illimitato, eterno – rimandiamo a quanto scritto da Wu Ming 1 nell’inchiesta in due puntate apparsa su Internazionale nell’autunno 2018. Nella seconda parte di quello scritto, si riflette anche su come contrastare il complottismo in un modo che non si riduca al debunking.

Due fallacie logiche a cui ricorre il complottista

L’abate Augustin Barruel (1741-1820). Le sue teorie sulla Rivoluzione Francese come complotto giudaico-massonico ebbero grande diffusione e fortuna, e influenzarono tutto il pensiero reazionario a seguire.

Il più delle volte, chi critica l’approccio cospirazionista si sente rispondere in due modi.

Il primo è: «Stai col potere, che si è inventato l’accusa di “complottismo” e la usa contro chiunque lo critichi!»

A corollario di quest’affermazione, spesso si sente dire che l’espressione «conspiracy theory» l’avrebbe inventata la CIA negli anni Sessanta. Si tratta di una leggenda urbana. In  quest’articolo si dimostra che il primo utilizzo riscontrato – e già inteso con accezione negativa – dell’espressione «conspiracy theory» risale addirittura al 1870.

Il cospirazionismo non è un’invenzione dei suoi presunti avversari, ma una mentalità e un insieme di retoriche e fallacie che esiste da secoli, da ben prima che esistesse la CIA. Per fare un solo esempio, nel 1569 i servizi segreti della Serenissima – e prima ancora l’opinione popolare – attribuirono a un complotto dell’ebreo Giuseppe Nasi l’incendio dell’Arsenale di Venezia, storia che raccontiamo nel nostro Altai.

Quasi tutte le teorie del complotto moderne risalgono a un periodo che va da fine XVIII a inizio XIX. Il complotto degli Illuminati di Baviera, della massoneria, degli ebrei… Sono tutte teorie nate per reazione all’Illuminismo e, soprattutto, alla Rivoluzione francese, per descrivere quest’ultima come una mera congiura. I tòpoi del complottismo risalgono a quella fase storica, da allora abbiamo avuto quasi solo ricombinazioni.

Il fatto che qualcuno definisca «cospirazionismo», «complottismo» o «teoria del complotto» qualunque analisi scomoda o anche solo sgradita non dimostra in alcun modo che l’accusa sia sempre falsa, né che non esistano la realtà e mentalità che quei termini indicano. Dimostra solo che che di quei termini si tende ad abusare, e semmai conferma che il complottismo fornisce facili appigli a chi voglia sminuire o denigrare il pensiero critico.

In particolare, il complottismo intorbidisce le acque per chiunque voglia denunciare complotti reali. Come scrive Enrico Voccia su Umanità Nova:

«denunciare complotti a ogni piè sospinto porta all’effetto opposto […] scredita – agli occhi della maggioranza – il tentativo di difendersi dai complotti reali. Immaginate quanto sarebbe stata presa sul serio la campagna di controinformazione [sulla strage di piazza Fontana] se questa fosse stata affogata nel rumore di chi affermava che le nascenti BR erano formate da extraterrestri in combutta col Mossad, di altri che sostenevano che Zapata era sopravvissuto al tentativo di omicidio e che era diventato un agente della CIA e via di questo passo.»

L’altra risposta tipica è: «Non puoi dimostrare che non c’è un Piano!»

In qualunque ambito discorsivo dove valga l’argomentazione logica – diritto, storiografia, scienze sociali, scienze “dure” – l’onere della prova spetta a chi fa un’asserzione. Il fatto che il complottista sfidi a dimostrare che non c’è un piano – Argumentum ad ignorantiam – dimostra che il complottismo non rientra in quegli ambiti. È chi pensa che ci sia un Piano che dovrebbe dimostrarlo portando prove. E per «prove» non intendiamo semplici sospetti, collegamenti azzardati ecc. Non bastano.

Per noi, fino a prova contraria, basta e avanza la logica di fondo del sistema capitalistico, il cui devastante funzionamento è sotto gli occhi di chiunque non si rifiuti di vederlo.

Capitalismo e pandemia

Chuǎng. Il carattere è la stilizzazione di un destriero che varca di forza un cancello. Ha vari significati: «liberarsi», «sfondare», «attaccare», «andare alla carica», ma anche «temprarsi» (passando attraverso dure esperienze).

Vi sono dinamiche dell’economia capitalistica le cui responsabilità sono da tempo attestate per quanto riguarda le grandi epidemie degli ultimi decenni. Già a febbraio, nel Diario virale, abbiamo scritto:

«L’aviaria, la Sars, la suina e prima ancora la BSE erano uscite dai gironi infernali dell’industria zootecnica planetaria. In parole povere: dagli allevamenti intensivi, per via di come gli animali erano trattati e, soprattutto, nutriti. Ebola, Zika e West Nile erano venuti a contatto con gli umani per colpa della deforestazione massiva e della distruzione di ecosistemi.»

La deforestazione segue il land grabbing e precede ulteriori estensioni dell’agrobusiness che servono a sostenere l’industria zootecnica mondiale. Un terzo della produzione mondiale di cereali è destinato all’alimentazione dei bovini. Questo processo ha creato le condizioni per tutti gli ultimi spillover, o «salti di specie». Un riferimento importante è il libro del biologo Rob Wallace Big Farms Make Big Flu. Che non a caso è citato anche dal collettivo cinese Chuang nel sui densissimo saggio-inchiesta Social Contagion: lotta di classe microbiologica in Cina.

Dopo il «salto di specie», altre dinamiche dell’economia capitalistica, relative alla globalizzazione e all’estensione delle metropoli e megalopoli, creano le condizioni per la diffusione rapida del contagio.

Coronavirus e QAnon

In un momento in cui ci sono effettive pressioni sugli scienziati e la ricerca scientifica è più condizionata del solito – dall’urgenza, dalle pressioni mediatiche, da lotte di consorteria – è facile per il complottista appellarsi alla libertà della scienza e passare per paladino di quest’ultima. Quando ciò accade, dobbiamo essere in grado di capirlo. E se non possiamo sempre farlo grazie alla verità scientifica, il cui accertamento è ancora in corso d’opera, possiamo farlo grazie alla forma narrativa di quel che dice.

Di fronte a un discorso sul virus creato in un laboratorio e diffuso ad arte, più che il ricorso a un’autorità scientifica in grado di escludere l’ipotesi in base alla morfologia stessa del Sars-Cov-2, è il modo di raccontare quella storia a farci riconoscere il complottismo e le sue fallacie logiche. Anche di fronte a discorsi più “sfumati”, è l’impianto narratologico a metterci sul chi vive.

A narratologia e retoriche del complottismo era dedicato l’intero corso – nominalmente di Giornalismo culturale – tenuto da Wu Ming 1 all’Università Roma 2 (Tor Vergata) nell’anno accademico 2018-2019.

In particolare, WM1 ha dedicato una lezione di due ore alla mega-teoria del complotto nota come «QAnon». Nell’ultimo anno e mezzo ce ne siamo occupati diverse volte: qui su Giap, su Internazionale e in varie conferenze in Italia e all’estero. Lo abbiamo fatto anche perché in un certo senso siamo implicati, questa vicenda ci coinvolge direttamente.

Tra gli effetti indesiderati della pandemia e della relativa emergenza c’è stato l’aumento – anche in Italia – del numero di persone che prestano fede alle bufale targate QAnon e le diffondono. Secondo i seguaci di QAnon, la diffusione del Sars-Cov-2 sarebbe un complotto della Cina e dei Democratici per distruggere l’economia americana e impedire la rielezione di Donald Trump. Detta così è semplice, ma da lì partono innumerevoli diramazioni e sottoteorie. Un meccanismo consueto, ma che può frastornare chi non conosca QAnon.

Riteniamo dunque utile mettere a disposizione quella lezione di un anno fa. Dove c’è anche molta letteratura, basti dire che vi hanno un posto d’onore due romanzi. Uno è Il pendolo di Foucault.

A suo tempo, la lezione era stata caricata in due parti sul canale YouTube della Wu Ming Foundation, oggi abbandonato dopo che abbiamo fatto degoogling. Erano video privati, visibili solo da studentesse e studenti del corso. Li abbiamo sbloccati e ve li riproponiamo.

Naturalmente, com’è prassi su Giap, lo facciamo passando attraverso Invidio.us, interfaccia che permette di vedere i video di YouTube senza pubblicità, senza tracciamento né data mining, senza riproduzioni automatiche, playlist eterodirette, consigli tossici dell’algoritmo, restrizioni per paese e quant’altro.

Buona visione.

Il caso QAnon – prima parte


Il caso QAnon – seconda parte

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