Sole

Pil pro capite, sostegno sociale, aspettativa di vita in salute, libertà, generosità, assenza di corruzione. Dal 2012 il World happiness report delle Nazioni Unite misura la felicità nel mondo. Agli abitanti di 158 paesi viene chiesto di indicare la qualità della loro vita su una scala da uno a dieci. I ricercatori tentano poi di spiegare le differenze stabilendo una correlazione tra la felicità percepita e i sette fattori indicati all’inizio.

Ai primi posti del rapporto ci sono Finlandia, Danimarca, Norvegia, Islanda e Paesi Bassi. L’Italia è al 36° posto. All’ultimo c’è il Sud Sudan. Sforzandosi d’individuare dei criteri attendibili per misurare un’emozione come la felicità, difficile da definire in modo chiaro e condivisibile, il gruppo di ricercatori delle Nazioni Unite analizza gli elementi comuni di fondo, che poi sono trasformati in suggerimenti per migliorare le politiche pubbliche.

Tra i paesi più felici non ci sono quelli più grandi e potenti, e al tempo stesso gli abitanti di molte nazioni dell’America Latina si dichiarano più felici di quanto la correlazione con i sette fattori indicherebbe, a conferma – spiegano i ricercatori – del ruolo importante svolto dalla famiglia e dalla vita sociale. Nel 2019 è stata misurata per la prima volta la felicità degli immigrati, nei paesi dove ce n’è un numero significativo, e anche in questo caso la Finlandia è arrivata al primo posto, dimostrando il nesso tra qualità della vita e disponibilità all’accoglienza.

“In un paese in cui le temperature scendono regolarmente a -20 °C e intere regioni non vedono il sole per buona parte dell’anno, cos’hanno da essere felici gli abitanti?”, si chiedeva perplesso l’Economist. Un ottimo sistema scolastico, un’eccellente sanità pubblica, una forte parità di genere, scarsi divari retributivi: tutte conquiste che non sono piovute dall’alto o arrivate per caso, ma sono state raggiunte in decenni di mobilitazioni popolari, lotte sindacali, battaglie parlamentari dei partiti di sinistra e socialdemocratici.

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